Sicurezza
Due gradi in più in 40 anni: l’allarme degli albicocchi
I risultati choc di una ricerca sulle fioriture degli alberi coltivati a Venturina. Le conseguenze già in atto: frutta meno nutriente e crollo della produzione
Le piante custodiscono un orologio biologico che scandisce i tempi della fioritura e della maturazione dei frutti. L’orologio vegetale funziona con la temperatura e perciò fa suonare un ulteriore campanello di allarme il risultato della ricerca condotta tra gli albicocchi di Venturina, pubblicata dalla rivista “Scientia Horticulture” e condotta dal gruppo di lavoro del professor Rolando Guerriero, oggi in pensione, composto da Raffaella Viti, Rossano Massai e Calogero Iacona del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Pisa; e da Susanna Bartolini dell’Istituto di scienze della vita della Scuola superiore Sant’Anna.
Dall’osservazione di quaranta varietà di albicocco lungo un periodo di 43 anni (dal 1973 al 2016) si stima che la temperatura media a gennaio e a febbraio sia aumentata di 2 gradi: da 8 a 9,9. Mentre da novembre a marzo l’aumento è stato di 1,6 gradi: da 9,9 a 11,5. Questo ha delle conseguenze molto concrete perché, come spiega il professor Rossano Massai «le gemme d’inverno sono chiuse e si aprono in primavera. Per raggiungere la fioritura le piante devono accumulare un certo numero di ore di freddo, quelle sotto ai 7 gradi. In caso contrario, le piante non fioriscono o lo fanno molto più tardi e con meno abbondanza. Perciò la fioritura è una conseguenza dell’andamento climatico».
A Venturina, nell’Azienda sperimentale dell’ateneo pisano, si trova una delle più importanti collezioni di albicocchi di tutto il Mediterraneo e così è stato possibile osservare la fioritura di più varietà – che tengono conto quindi di molti “orologi” biologici – nelle stesse condizioni sperimentali e per un periodo molto lungo.
La fioritura delle piante testimonia un aumento delle temperature con un incremento più marcato a partire dagli anni ‘90. Sono calate drammaticamente le ore di freddo, cioè quelle con una temperatura inferiore ai 7 gradi: da circa 1.300 negli anni ‘70-‘80 a 800 nel 2012-2016.
«In questo modo - spiega Massai - molte varietà non raggiungono la fioritura o la raggiungono in ritardo. La prima conseguenza è la perdita di produzione di frutta. Inoltre le gemme che non fioriscono possono cadere. Cadono anche le gemme che danno nuovi germogli: le piante hanno meno foglie, innescano meno fotosintesi e invecchiano più rapidamente».
Inoltre, l’escursione termica media giornaliera, cioè la differenza fra la temperatura massima del giorno e la minima della notte, è diminuita di quasi 1,5 gradi passando da 10.1°C degli anni ‘70-‘80 a 8.8°C nel periodo 2013-2016. «Questo dell’escursione termica - dice il professor Massai - è un dato da non sottovalutare perché i frutti colorano meglio quando sono sottoposti a escursioni termiche ampie. Il pallore significa che i frutti sono più poveri di sostanze nutrienti». Insomma, le albicocche di oggi fanno anche meno bene rispetto a quelle di 40 anni fa.
C’è un risvolto immediato: il calo della produzione di frutta potrebbe portare alla necessità di aumentare le importazioni. E uno subito successivo: il cambiamento climatico, documentato in questo caso dagli albicocchi della Maremma livornese, sta avvenendo con una velocità di cui non siamo abbastanza consapevoli. Le piante invece sì.
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