Lutto
Da 10 filiali a 34: Bper Banca diventa capillare nel risiko del credito
Il dg Togni: «Sul credito pesa lo scenario internazionale La tenacia degli imprenditori conta più del brand territoriale»
«Da tempo guardavamo alla Toscana con particolare interesse, ma con una decina di filiali avevamo una rete a maglie eccessivamente larghe per approcciare a una regione importante». È la premessa da cui parte il direttore generale di BPER Banca Fabrizio Togni. La novità che promette il cambio di passo arriva con la fusione per incorporazione di Unipol Banca, che si chiuderà definitivamente entro l’anno. «Metteremo assieme 34 sportelli e saremo presenti in tutte le province – sottolinea –. Sia per un mercato core, ma anche per altri segmenti, come il private, può essere una rete più che adeguata per seguire in maniera efficiente il mercato toscano». La capillarità di sportelli non è più un fattore strategico, tenuto conto delle nuove tecnologie. «I nuovi canali consentono di seguire bene i clienti lasciando comunque loro dei punti fisici di riferimento della banca».
Il termometro del credito segna ancora più per famiglie e piccoli operatori economici, anche se con un passo rallentato rispetto agli ultimi tre anni. «Sul fronte imprese si è assistito fino a metà del 2018 a una forte crescita degli investimenti, ma non altrettanto degli impieghi. Nella seconda parte dello scorso anno e nella prima metà del 2019 assistiamo a un forte rallentamento degli investimenti e quindi della richiesta di credito». Il divario tra investimenti e impieghi si spiega con la «diversificazione delle fonti di finanziamento. Le aziende stanno riducendo la dipendenza dal credito bancario, sostituendolo in larga parte con un maggiore autofinanziamento e anche con l’accesso diretto al mercato dei capitali». Trend da cui non si discosta la Toscana. «Il rallentamento ha due motivazioni. È finito lo slancio iniziale di iniziative come Industria 4.0. Inoltre, pesa lo scenario di tensione tra il nostro Paese e la Comunità europea e, a livello internazionale, tra i blocchi Usa, Cina e Russia».
Che cosa comporta affacciarsi al mercato dei capitali? «Non è più vero che bisogna avere delle dimensioni di un certo tipo. Abbiamo accompagnato alla quotazione società che fanno 8-10 milioni di fatturato. Quindi non è neppure una questione di competenze interne all’azienda. In molti casi è più un problema culturale, perché significa avere la disponibilità a sottoporsi a una sorta di disciplina a cui non tutti sono preparati, in termini di trasparenza e controlli interni. Tutti aspetti che costituiscono vincoli, ma che fanno crescere l’impresa senza avere choc, passando da una logica artigianale a una più industriale».
Togni tende a sfatare uno dei miti che in Toscana la fa da leone. «A ogni territorio si legano delle storie di imprenditori più che delle vocazioni d’impresa. Queste ultime si devono alle opportunità che si sono sviluppate nel tempo. Prendiamo l’azienda di orologeria Locman all’Elba. Non c’era una ragione specifica per cui un’attività di questo tipo dovesse svilupparsi in quel territorio, se non per l’iniziativa di un imprenditore che ci ha creduto e ha lottato. Il fattore scatenante sono le persone, la loro capacità e in certi casi la genialità, unite alla determinazione». Togni aggiunge: «Le banche devono cercare di capire che cosa c’è dietro una certa idea e una persona, e lo dovrebbe fare anche la parte pubblica, rendendo il più agevole l’avvio di una qualsivoglia attività di impresa. Ma non sempre accade, i vincoli sono enormi».
A proposito di territorio e impresa, il dg di BPER Banca non ha dubbi. «Si parla molto del Tuscany brand, ma quando parliamo di manifattura o industria non credo che l’appeal paghi. Diverso è nel turismo. Vendere a livello internazionale la Toscana è molto più facile che per il Veneto, dove in realtà si vende solo Venezia». A proposito di turismo, che anno sarà? «Negli ultimi 4 anni a livello nazionale e così in Toscana abbiamo beneficiato di condizioni non so quanto ripetibili, dovute alle tensioni internazionali che hanno spinto molto il turismo balneare e le città d’arte. Un rallentamento credo sia fisiologico, ma non significa che non dobbiamo interrogarci sulle problematiche di un settore che rimane tra quelli a maggior potenziale economico». —
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