Toscana
Padre stupra la figlia, la madre acconsente: entrambi condannati per violenza sessuale
All’orco 12 anni di galera, 7 alla mamma che accusava la ragazza: «Colpa tua se lo hanno arrestato e siamo senza soldi»
PRATO. Dodici anni al padre orco, 7 anni alla madre complice. E il fratello dovrà rispondere di falsa testimonianza. Si fa fatica a chiamare famiglia quella nella quale fino al luglio 2017 ha vissuto una ragazza nata in Italia da genitori pachistani, ora quasi sedicenne, violentata per anni dal padre nell’indifferenza della madre e dei fratelli fino a quando non tentò di liberarsi nell’unica maniera che le sembrava possibile: si buttò dalla finestra e rischiò di rimanere paralizzata per il resto della vita.
La sentenza
Il processo ai genitori si è concluso davanti al tribunale presieduto dal giudice Silvio De Luca con due pesanti condanne, un po’ più pesanti di quelle chieste dalla pubblico ministero Laura Canovai al termine di una dura requisitoria (10 anni per il padre, 6 per la madre). La stessa pm ha chiesto la trasmissione alla procura degli atti dopo aver ascoltato la testimonianza del fratello maggiore della ragazza, che ha negato l’evidenza sotto gli occhi del padre imputato.
Un ambiente degradato
La vicenda che il tribunale è stato chiamato a esaminare è una delle più crude mai capitate in zona. La versione horror di Cenerentola. Una ragazzina prigioniera di un ambiente familiare degradato nel quale ha prevalso una concezione malata del sesso, quella del padre, alla quale la madre non solo non si è opposta, ma che ha incoraggiato tentando di gettare la colpa sulla figlia dopo che il marito fu arrestato, nell’estate di due anni fa, in seguito alle indagini dei carabinieri. «È colpa tua se lui è in galera e noi siamo rimasti senza soldi». Questo le diceva, per interposta persona, quando la ragazza era già nella struttura protetta dove si trova tuttora e dove rimarrà fin quando diventerà maggiorenne.
Il tentato suicidio
Il caso della ragazzina violentata venne alla luce nel luglio del 2017 quando un’ambulanza soccorse l’allora quattordicenne sotto la finestra della sua abitazione, in un comune della provincia di Prato che non specifichiamo per non rendere riconoscibile la vittima. Ugualmente non pubblichiamo i nomi dei genitori condannati solo per proteggere la figlia vittima di violenza.
Fu subito chiaro che non si era trattato di un tentativo di suicidio per questioni adolescenziali o di rendimento scolastico. A scuola la ragazzina era tenuta d’occhio dagli insegnanti per alcuni atti autolesionistici e dopo il ricovero in ospedale si decise a raccontare che cosa le stava capitando.
La confessione liberatoria
Disse che il padre aveva iniziato ad abusare di lei quando ancora non aveva compiuto 10 anni e che la madre non la difendeva. «In famiglia comanda lui - le avrebbe detto - Se non ti sta bene quello che succede parlane con lui». Un mese dopo il tentativo di suicidio, al termine di una veloce indagine dei carabinieri, il padre fu arrestato. Era essenziale toglierlo dalla circolazione per evitare che potesse condizionare la figlia, fin da subito sistemata nella struttura protetta. A rendere ancora più cruda la vicenda c'è un particolare. Stando al capo d'imputazione, il padre della ragazza avrebbe continuato a molestare sessualmente la figlia anche dopo il tentativo di suicidio, mentre la quattordicenne era ricoverata in ospedale.
L’indifferenza dei fratelli
Se la madre era complice (è stata condannata per il concorso nella violenza sessuale, per omissione), i fratelli della ragazzina non sono stati da meno. Quello maggiore è stato citato dalla difesa come testimone alla penultima udienza del processo. Non si è presentato e all’udienza di ieri, a soli due giorni alla scadenza dei termini di custodia per il padre, è stato accompagnato in aula dai carabinieri. Pensava di potersi avvalere della facoltà di non rispondere, ma gli è stato spiegato che doveva rispondere, perché in questo caso è prevalente l’interesse della sorella su quello dei genitori. Incrociando lo sguardo del padre sul banco degli imputati ha dato una versione sostanzialmente assolutoria del suo comportamento, dicendo di non essersi mai accorto di nulla. Secondo la pm è stato reticente ed è stata chiesta la trasmissione degli atti alla procura per valutare la falsa testimonianza. Nel corso del procedimento penale la difesa ha tentato la strada del rito abbreviato, subordinato a un nuovo esame della figlia. La ragazza era già stata sentita in sede di incidente probatorio e una perizia psicologica ha stabilito che sarebbe stato troppo rischioso sentirla nuovamente. C’era il rischio che potesse tentare un’altra volta di togliersi la vita. Perciò i genitori sono stati giudicati con il rito ordinario, senza possibilità di sconti di pena. E la condanna è arrivata, pesante. Di fatto non lo erano più da tempo, ma da ieri gli imputati non potranno più chiamarsi genitori di quella ragazza perché il tribunale ha disposto la decadenza dalla potestà genitoriale e ha ordinato un risarcimento provvisionale di 30.000 euro a favore della ragazza, assistita dall’avvocata Barbara Mercuri, mentre gli imputati erano difesi da Pamela Bonaiuti e Sara Mazzoncini.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
