Gioco
«Uccisero Cristina dove mangiavo il gelato: finì la mia indifferenza»
Bernardo Rossi lavora nelle cave e presta il suo volto per la campagna contro il femminicidio. «Una donna morta a pochi chilometri da casa mi ha fatto vedere con maggiore sensibilità»
Bernardo è fotografato in bianco e nero con le croci di vernice rossa sul volto. Sugli occhi, chiusi, e sulla bocca: come un pagliaccio triste. Bernardo Rossi si è “sporcato l’anima” per Emma Castè. Lui, e la moglie Tina, sono fra i protagonisti della mostra che si inaugura stamani alle 10 a Torano, il piccolo borgo nel cuore delle Apuane. Da 6 anni Torano è in prima linea nella campagna contro la violenza: una scalinata di scarpe rosse, un prato di 10mila papaveri rossi. La mostra degli abiti indossati dalle donne nei giorni della violenza. E ora questa. I volti di chi dice no.
Bernardo presta il suo volto per un messaggio contro la violenza sulle donne.
«Ho detto di sì, ci ho messo la faccia e l’ho fatto con convinzione. Io, che non ho mai alzato un dito su una donna, e nemmeno la voce. Sento molto il tema della violenza sulle donne. C’è un fatto che mi ha colpito particolarmente e mi ha portato a vedere tutto con maggiore attenzione, ma soprattutto a fare qualcosa, nel mio piccolo, per far crescere sensibilità e prevenzione. L’estate delle scarpette rosse a Torano fu quella in cui, a Marina di Massa, venne uccisa dall’ex marito Cristina Biagi: le spararono sul lungomare, quello stesso lungomare dove con Tina tante volte siamo andati a fare una passeggiata o a mangiare un gelato. Quei fatti, che spesso avvengono così lontano da noi, quella volta erano successi nella nostra terra. C’era una giovane donna morta a pochi chilometri da casa nostra. Ci ho pensato spesso da allora, sono orgoglioso di aver dato il mio contributo a Emy».
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Lei e Tina un matrimonio lungo 35 anni. Insieme anche contro la violenza sulle donne. Qual è il segreto?
«Con mia moglie siamo insieme da 35 anni, è così, eravamo giovani. Abbiamo sempre parlato, ci siamo detti le cose con franchezza e siamo andati avanti. Oggi quello che manca è proprio questo: si parla poco, non si affrontano i sacrifici. Saltare un aperitivo, una partita a pallone, diventa un problema, e alla prima difficoltà arrivederci e grazie. Ma, e lo dico per esperienza, non è così che si va avanti: ci vuole dialogo e non bisogna alzare mai la voce, figuriamoci le mani. Ci vogliono rinunce, sacrifici, e soprattutto la voglia di fare famiglia: quella a noi ce la insegnavano da bambini. Ci crescevano dicendo che bisognava trovare il lavoro e una donna da amare con cui fare famiglia. E quella donna doveva essere rispettata, sempre. Ce lo dicevano i nostri nonni».
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Torano ha risposto all’appello di Emma Castè.
«Io non sono di Torano, è il paese di mia moglie. Ma lei è riuscita a coinvolgermi, fin da subito, nel comitato. Quando è arrivata Emma, con tutte le sue idee, è stato amore a prima vista: il paese l’ha abbracciata, ha seguito i suoi progetti, ha partecipato per renderli concreti. Lo abbiamo fatto con il cuore ma anche con la testa. Siamo tutti padri, madri, figli, nonni: abbiamo capito che anche se non è nelle nostre case, nelle nostre vite, la violenza sulle donne è un tema che va preso di petto. Per il quale è necessario metterci la faccia. E Torano non si è tirato indietro». —
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