Il capo delle comunità islamiche toscane: «Le nostre scritture dicono: insegnare con pazienza»
Elzir, imam di Firenze: l’Islam non prevede punizioni per chi studia il Libro sacro. Questi sono criminali, non educatori. Rischiano di creare mostri per la società
«Che scherzi davvero? Non esiste!». Non gli capita quasi mai di reagire d’istinto, e abbandonare l’italiano accademico e cedere ad un’intonazionequasi dialettale. Izzeddin Elzir, imam fiorentino e presidente toscano dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche in Italia, è conosciuto per la sua flemma, per l’approccio riflessivo e placido. Eppure, per un attimo, ha appena perso quella calma ieratica. Perché gli abbiamo appena chiesto se il Corano, da qualche parte, parli di punizioni corporali per i discenti.
Elzir, non c’è nulla che somigli a un punizione fisica?
«Assolutamente no. Sgombriamo il campo da dubbi: il Corano non giustifica in nessun modo la violenza. Tanto meno esercitata contro bambini o ragazzini che devono imparare. Questi sedicenti maestri lo offendono . Il profeta dice “Leggi!” ed è un’esortazione alla conoscenza e alla compassione, alla generosità».
Eppure a Santa Croce due “maestri” di una sedicente scuola coranica sono stati arrestati con l’accusa di aver preso a bastonate i loro alunni.
«Una cosa gravissima. Il Corano invita alla clemenza, alla misericordia, alla compassione. Soprattutto nei confronti dei più deboli dei più piccoli. Quello che è accaduto è inaccettabile. Picchiare un bambino o un ragazzo non solo non corrisponde all’insegnamento della religione, ma non è umano».
Gli inquirenti escludono si impartissero insegnamenti anti occidentali. Ma quella violenza può essere frutto di una visione estremista?
«No, ma non per questo è scusabile. Ogni volta che mi capita di vedere uno di quei filmati con le maestre che maltrattano bambini all’asilo, mi chiedo come siano stati educati i presunti educatori. Se uno accetta di fare l’insegnate deve avere pazienza. Nell’Islam c’è un detto: una famiglia, metà religione».
Cosa c’entra la famiglia?
«La famiglia è il luogo della pazienza per antonomasia. I genitori devono essere pazienti per crescere i figli, e così anche i maestri. I fatti di Santa Croce sollecitano tutti noi, iman e moschee».
A fare cosa?
«A chiedere ai genitori di fare attenzione ai loro figli, a parlare con loro e chiedere loro come si trovano in queste scuole, cosa si insegna, come lo si insegna. Essere sapienti in una materia non significa essere in grado di insegnarla. Una laurea in matematica non autorizza a sentirsi un professore, la stessa cosa vale per un maestro di fede. Per questo con l’Ucoii organizziamo corsi di aggiornamento, in cui gli insegnanti ascoltano psicologi e esperti di pedagogia e apprendimento. Ma queste scuole non facevano parte della nostra rete»
Aver subito violenza potrebbe spingere questi ragazzini alla radicalizzazione?
«Non credo, semmai il contrario. Chi usa violenza alza un muro nei confronti della religione, genera repulsione. Da adulti si può recuperare, ma alcuni potrebbero perdersi, rischiamo di creare mostri sociali. Un maestro deve essere un esempio, usare dolcezza, non la forza. Non si trasmette cultura e civiltà con la violenza».
Dunque, perché c’è chi lo fa?
«Nella scuola italiana fino a 70 anni fa, forse meno, era accettato come metodo. Presumendo di ottenere maggior concentrazione, dedizione. Assurdo. Non si può pretendere da un ragazzino la stessa concentrazione di un adulto. E oggi molti studi ci confermano quanto invece siano molto efficaci il gioco e lo scherzo per l’apprendimento».
Salvini parla di civiltà in pericolo e da difendere.
«Io dico che non c’è nessuno spazio per l’illegalità. Tutti dobbiamo lavorare per la legalità e il rispetto della persona. E chi commette crimini deve essere assicurato alla giustizia, così come dice la nostra Costituzione, al di là del sesso, della razza, delle opinioni o della fede. Ma non parlerei scontro fra civiltà, semmai di scontro di inciviltà».
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