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Scorsese e Dylan fra verità e bugie sulla Rolling Thunder Revue

Scorsese e Dylan fra verità e bugie sulla Rolling Thunder Revue

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ROMA. «Non ricordo niente della Rolling Thunder Revue. Era tanto tempo fa. Non ero nemmeno nato». Bob Dylan guarda diritto nella macchina da presa e sorride, mentre dice la bugia con cui la inizia l’attesissimo “Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese” sul mitico tour di “Mr. Tamburine” del 1975, ora in esclusiva su Netflix. Un’operazione spiazzante, forse geniale, che ricorda l’Orson Welles di “F for Fake”. Il film di Scorsese è pieno di falsi storici. Anzi, in un certo senso è costruito sui falsi, peraltro con la piena complicità dello stesso Dylan.

È la rivista Rolling Stone ad elencare le invenzioni più incredibili, ma elaborate con tanta perizia da sembrare assolutamente vere: innanzitutto, di sicuro Dylan non è mai stato a un concerto dei Kiss, e non è guardando il mascheratissimo gruppo di hard rock che decise di dipingersi il volto di bianco durante il tour del Rolling Thunder. E non è assolutamente vero che – come racconta lei stessa nel film – Sharon Stone sia andata a vedere un concerto di Dylan, da adolescente, insieme alla madre, oltretutto con una maglietta dei Kiss. E, ancora, non è mai esistito il fantomatico filmmaker Stefan van Dorp che avrebbe girato una parte delle riprese originarie del tour: il signore che appare nel doc di Scorsese è interpretato da tale Martin von Haselberg. E altro ancora. Più o meno tutto il resto del film è vero. Va detto che la Rolling Thunder Revue è uno degli eventi più leggendari della storia di Dylan e forse del rock. Non a caso, come racconta lui stesso, l’idea era di ispirarsi alla Commedia dell’arte, mettendo in piedi una specie di compagnia girovaga per piccole città e campus universitari.

Siamo nel 1975, e mentre è al lavoro per l’album “Desire”, Dylan decide di mettere insieme la sua carovana di star e di storie. Al debutto, il 30 ottobre 1975 a Plymouth sul palco ci sono 13 musicisti, tra questi Ramblin’ Jack Elliott, Joan Baez, T-Bone Burnett. Lo spettacolo, che arriva a durare anche quattro ore, è un continuo work in progress, musicisti arrivano, si aggregano per qualche data, alle volte solo per qualche ora, e poi proseguono per la loro strada. In più si aggiungono alla carovana grandi personaggi della cultura come il poeta Allen Ginsberg, Joni Mitchell, il drammaturgo Sam Shepard, una giovanissima e appassionata Patti Smith.

Maschere, una quantità spropositata di cappelli, il contatto con il pubblico, le esibizioni in piccole località di provincia, con pochissimo pubblico davanti. Non stupisce che un maestro come Scorsese sia rimasto affascinato da questa bizzarra leggenda musicale. Non stupisce che Dylan abbia accettato la sfida-fake di Scorsese: «È solo quando uno porta una maschera che ti dice la verità», dice il vecchio Bob davanti alla cinepresa dell’amico Martin. —

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