Trasporti
Meyer, il dottore che combatte le cellule cattive
In arrivo al Meyer la terapia genica per sconfiggere la leucemia più aggressiva: si usano frammenti di Dna programmati in laboratorio per riconoscere gli antigeni sulle cellule tumorali e distruggerle
Il dottor Claudio Favre, dal 2016, è direttore del Centro di eccellenza di oncologia ed ematologia pediatrica dell'ospedale pediatrico Meyer. Questa struttura ha come compito principale la diagnosi e la cura di tutte le forme di tumore in pazienti fino ai 18 anni (in alcuni casi selezionati vengono seguiti pazienti anche fino a 21 anni). È la leucemia linfoblastica acuta (accumulo di linfociti, un tipo di globuli bianchi, nel sangue e nel midollo osseo) a farla da padrone nel numero di diagnosi in età pediatrica. Ma vengono curati anche pazienti con malattie congenite o acquisite di interesse ematologico o immunologico in età pediatrica.
Dottor Favre, la leucemia linfoblastica acuta è il cancro più diffuso nei bambini. Di quali numeri parliamo?
«La leucemia linfoblastica acuta (LLA) è in effetti il tumore più frequente in età pediatrica. Colpisce, in Italia, circa 30 bambini all’anno su 1 milione. La fascia di età più colpita va dai 5 ai 9 anni, anche se vi possono essere casi anche nel primo anno di vita. Si calcola che nel nostro paese si abbiano circa 400 nuove diagnosi all’anno, con un andamento stabile».
Dottore, come avviene il percorso di diagnosi delle leucemie nei bambini?
« La diagnosi di leucemia è in genere semplice: si basa sul riscontro di alterazioni di alcuni parametri dell’emocromo che rendono necessari esami più approfonditi, in particolare l’esecuzione di un ago aspirato midollare. Si tratta di un prelievo dal midollo osseo del bacino, eseguito in anestesia, che conferma la presenza di cellule leucemiche. Queste dovranno essere poi caratterizzate meglio attraverso una tipizzazione della loro superficie e anche del loro Dna. Questo ultimo dato è particolarmente importante perché conoscere le alterazioni genetiche della cellula leucemica ci consente, nel corso della terapia, di valutare attimo per attimo, in maniera precisa, l’entità della risposta al trattamento».
Ci sono sintomi da tenere d’occhio?
«I sintomi sono estremamente variabili e molte volte simili a quelli che riscontriamo anche in comuni malattie virali (esempio classico la mononucleosi). Per questo è necessario affidarsi con fiducia agli specialisti, senza però farsi prendere dal panico, magari spaventati da quello che si trova su internet».
Ci sono fattori di rischio?
«I fattori di rischio sono in gran parte sconosciuti. Possono avere un ruolo alcuni fattori genetici, tra cui, in primo luogo, la sindrome di Down. Anche le radiazioni ionizzanti e agenti chimici possono favorirne l’insorgenza. È stato anche suggerito che l’esposizione a campi elettromagnetici potrebbe essere correlata allo sviluppo di una leucemia linfoblastica. Anche altri fattori, quali l’esposizione a virus, fumo di sigaretta, l’esposizione paterna a pesticidi e l’assunzione materna di alcol durante la gravidanza, sono stati studiati senza però che si sia arrivati a risultati univoci, per ora».
Come avviene la cura oggi e quante probabilità di guarigione ci sono?
«La terapia della leucemia linfoblastica prevede una chemioterapia con più farmaci, somministrata con modalità più intensive nei primi 6-8 mesi (e successivamente secondo un trattamento più blando), per una durata complessiva di 2 anni dalla diagnosi. Con gli attuali protocolli, oltre l’85% dei casi può considerarsi guarito. Globalmente ancora oggi circa il 15% dei bambini può presentare una recidiva di malattia. La maggior parte delle recidive (80%) si presenta durante la terapia o nei primi due anni successivi alla sospensione della chemioterapia. In una piccola percentuale di pazienti con prognosi particolarmente sfavorevole (circa il 5% del totale) e nella maggior parte dei pazienti ricaduti può essere di beneficio il trapianto di midollo osseo».
La ricerca cosa propone nel breve e nel lungo termine?
«La ricerca clinica applicata ha fatto in questi ultimi anni dei passi importantissimi. L’utilizzo di 2 nuovi farmaci come l’Inotuzumab ozogamicin (una molecola complessa che comprende un anticorpo monoclonale, a cui è legato un farmaco come la Calicheamicina) e del Blinatumomab, il primo e unico anticorpo monoclonale bi-specifico, stanno rivoluzionando la cura di questa leucemia».
In che modo?
« La terapia con Blinatumomab è una forma di immunoterapia: viene attivato il sistema immunitario del paziente a riconoscere le cellule malate e quindi a cercare di eliminarle. Ma la vera rivoluzione sembra essere l’utilizzo dei CAR - T, strada terapeutica di prossima introduzione anche nel nostro centro. Infatti, nell’ambito delle immunoterapie, è stata introdotta la terapia genica cellulare. Attraverso la terapia genica è possibile veicolare dei frammenti di Dna all’interno dei linfociti del malato: questi linfociti T si trasformano così nei cosiddetti CAR - T, geneticamente “programmati” in laboratorio, che riconoscendo un antigene specifico presente sulla superficie della cellula tumorale, sono in grado di attivare una efficacissima risposta immunologica citotossica, capace di uccidere le cellule leucemiche. I primi risultati sono strabilianti e così, se confermati nel tempo, potremo guarire molti altri bambini con leucemie resistenti alla terapia standard». —
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