Il Tirreno

Toscana

il caso capoliveri 

Sì al consiglio comunale di tutti uomini, ma giunta con le donne

I.B.

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capoliveri. Dodici piccoli indiani. Più il sindaco. Capoliveri, isola d’Elba, elegge un consiglio comunale di tutti uomini. Non è una scelta maschilista, perché alle urne ci sono andate anche le elettrici. E perché nelle due liste avversarie sono state schierate anche candidate donne. È stata una libera scelta del paese. E soprattutto è una scelta legittima. Nessuno la può contestare.

Funziona così in Italia. E, probabilmente, non potrebbe neppure funzionare in modo diverso. La legge è chiara: nei comuni con meno di 5.000 abitanti – a Capoliveri i residenti sono 3.763, per 3.460 elettori – chi va alle urne, oltre al sindaco, può esprimere una sola preferenza per il consiglio comunale. Quindi il legislatore non può imporre il genere della preferenza.

Di fronte a un consiglio comunale a esclusiva composizione maschile le questioni da porsi, dunque, sono due: se ci sia l’obbligo di presentare liste con “quote rosa”; se ci sia l’obbligo di imporre il voto sulle candidate consigliere. Se alla seconda domanda la risposta appare scontata, non lo è alla prima. E, infatti, qui si deve fare riferimento alla normativa vigente, come spiega il costituzionalista Emanuele Rossi, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: «Non sono previste “riserve” di genere (quote rosa o azzurre) nelle liste da presentare alle elezioni amministrative per il rinnovo dei consigli comunali. La presentazione di liste con candidate consigliere, quindi, è lasciata alla libera scelta». Se non c’è obbligo di riserva per la composizione delle liste, a maggior ragione non c’è “riserva” al momento del voto: «Nei comuni fino a 5.000 abitanti – semplifica il professor Rossi – potendo esprimere una sola preferenza, non c’è possibilità di garantire la parità di genere. Il legislatore ha seguito una logica credo condivisibile in questa scelta: spesso è difficile arrivare alla composizione delle liste e non imponendo l’obbligo del rispetto della parità di genere ha evitato di gravare di un ulteriore vincolo chi deve formare e presentare le liste, cercando le candidature».

Questo vincolo – il rispetto delle pari opportunità – ricompare, invece, nei comuni da 5.000 a 15.000 abitanti dove preferenze da esprimere per il rinnovo del consiglio comunale sono almeno due: «Anche in questo caso – evidenzia Rossi – bisogna fare attenzione: il vincolo riguarda la composizione delle liste, non garantisce l’esito delle elezioni». Insomma, le donne possono essere candidate, ma nessuno obbliga a votarle. O comunque anche l’obbligo di voto non sempre garantisce l’elezione. Anche perché – e qui interviene la legge – la parità di genere impone che i candidati di sesso maschile o femminile non superino i due terzi del totale.

Se Capoliveri, comunque, pensa di essersi liberato del tutto dal governo delle donne si sbaglia. Infatti, il legislatore in qualche modo pensa anche ai Comuni sotto i 5.000 abitanti intervenendo sulla composizione della giunta. Con una norma precisa: «Il sindaco nomina (nel rispetto del principio di pari opportunità tra donne e uomini, garantendo la presenza di entrambi i sessi) i componenti della giunta, tra cui un vicesindaco e un vicepresidente». Quindi, anche Capoliveri avrà due assessore. E a questo obbligo, il Comune degli uomini non si potrà sottrarre. — I.B.



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