Il Tirreno

Toscana

Queste folle ai dibattiti dicono che le nostre città hanno voglia di partecipazione

Cristiano Meoni
Queste folle ai dibattiti dicono che le nostre città hanno voglia di partecipazione

Oltre 5000 persone hanno assistito agli incontri coi candidati sindaci organizzati dal Tirreno. Il bisogno di ascoltare e capire, di avere un luogo dove discutere sono un monito per i partiti 

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«C’era più gente da voi che al comizio» sibila beffardo un piombinese e non si sa se più dolersene per quel comiziante un po’sfigato o rallegrarsi perché, quando la chiami, anche nell’Italia della disaffezione, la gente risponde. E finché ci sarà una platea politica piena, ci sarà democrazia. Olé.

“Il Tirreno” in queste settimane ha organizzato una ventina di confronti pubblici con i candidati a sindaco. Le foto che pubblichiamo sopra potrebbero ridurre quest’articolo a una maxi didascalia con nomi delle località e numeri, senza bisogno di altre spiegazioni: Livorno 900 persone ai due dibattiti – prima con tutti i candidati e poi con i due sfidanti al ballottaggio – Piombino 1000, Cecina 500, Rosignano 550, Pontedera 420, Ponsacco 470, San Miniato 350, Monsummano Terme 300, San Giuliano Terme 120, Calci 150, Collesalvetti 220, Donoratico 300, Volterra 200. Totale: 5480. Una partecipazione straordinaria che mostra una sorprendente voglia di politica? O c’è anche dell’altro?

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Assuefatti alle piazze vuote, sarebbe facile parlare di un ritorno di interesse per la politica ma è una tesi che non regge. Quando la politica resta distante e bizantina, tutta messaggi cifrati e giochi di palazzo, tutta calcoli e privilegi, la risposta non può che essere la disaffezione e il rigetto. Cambia tutto quando si fa prossima, si incarna nella scelta del futuro sindaco, si invera in quella buca nell’asfalto che tutte le precedenti giunte comunali non hanno saputo tappare: allora recupera il suo valore originario di interesse per la cosa pubblica e divampa in partecipazione e passione. C’è voglia di discutere – questo abbiamo sperimentato – anche di litigare. Di domandare al politico di turno. «Si possono fare domande?» è un refrain dei nostri dibattiti con i candidati.

Il bisogno di partecipazione non è più soddisfatto dalla vecchia modalità partito-comizio (a meno che non salgano sul palco le star, ma non è più solo politica, è spettacolo). Così abbiamo provato a geolocalizzarlo, a dargli un luogo, da contrapporre al non-luogo della “politica da social”: politica che alligna ovunque in rete ma quasi mai approfondita, quasi mai verificata, spesso pura esibizione di tifoseria che tracima nell’insulto. Luoghi concreti, fisici, identitari. Un teatro di media città di provincia. Un cinema. Un auditorium popolato di persone in carne ed ossa – con nomi e cognomi (e non solo nickname) – che ascoltano, applaudono, fischiano ma non fanno a botte pur essendo vicini di poltroncina (il bilancio finale è zero referti di pronto soccorso). E che scattano in piedi all’unisono, mettendo da parte le rivalità, quando si ricordano le vittime dell’alluvione e del Moby Prince a Livorno; o se il candidato dei Cinque Stelle di Cecina fa una brillante citazione dall’autore di Batman; o quando il candidato del centrodestra, parlando dei problemi della raccolta porta a porta, chiosa: «Noi a Livorno il pesce vogliamo mangiarlo quando ci pare».

Ebbene, da questi dibattiti usciamo sfiniti ma anche rassicurati, perché dicono che nonostante una società sempre più polverizzata una comunità (r)esiste ancora, le nostre città sono corpi vivi che, se sollecitati, reagiscono, scattano, sanno produrre cose straordinarie. Ancor più le piccole città, che sono le più provate dai processi della modernità, dove i servizi diminuiscono, i disagi e le contraddizioni crescono, le identità vanno a scolorirsi (a Ponsacco teatro sold-out, a Pontedera i primi spettatori sono arrivati due ore prima, ovunque gente in piedi per ore ad ascoltare).

Il messaggio contiene però anche un monito per la politica. C’è una domanda di rappresentanza e di ascolto che sarebbe tragico non accogliere, un vuoto che va riempito con la politica buona perché poi non provveda alla bisogna la politica cattiva, con le vie brevi e sommarie che abbiamo conosciuto in passato. Per la nostra parte, essendo un giornale che vive in simbiosi con la sua comunità, daremo una mano. –


 

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