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La diagnosi precoce salva il cuore dei bimbi

Maria Antonietta Schiavina
La diagnosi precoce salva il cuore dei bimbi

È lo strumento migliore per aggredire le cardiopatie congenite: se individuate per tempo e in modo corretto, si può capire se «vanno incontro a guarigione spontanea o se compromettono la funzione cardiaca». Ecco la guida su come affrontarle

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L’incidenza delle cardiopatie congenite nella popolazione generale è dell’ordine di 15 casi per ogni 1000 nati vivi. Attualmente, nei paesi industrializzati e tecnologicamente avanzati, le cardiopatie più complesse (e difficili da trattare) sono in significativa riduzione grazie alla diagnosi intra-uterina, con conseguente, possibile, interruzione volontaria della gravidanza. D’altro canto, però, questa percentuale viene mantenuta agli stessi livelli dal perfezionarsi, e diffondersi capillarmente, della diagnostica cardiologica neonatale, con la quale vengono scoperti precocemente anche difetti che si manifesterebbero clinicamente nelle poche successive. Per fare luce su un argomento delicato come quello che riguarda la salute del cuore dei nostri bambini ecco una guida preparata dal dottor Giuseppe Santoro, responsabile cardiologia pediatrica e del congenito adulto dell'Ospedale del cuore Pasquinucci di Massa

Quali sono i difetti cardiaci più frequentemente diagnosticati?
Il difetto interatriale, il difetto interventricolare, la coartazione aortica (il restringimento anomalo lungo il tratto iniziale dell'aorta una vera emergenza neonatale) le stenosi valvolari, polmonare e aortica (il restringimento o l’ostruzione delle valvole), ed infine il dotto arterioso pervio ( persistenza della connessione fetale - il dotto arterioso, appunto - tra aorta e arteria polmonare dopo la nascita). Molte delle cardiopatie citate presentano scarse conseguenze cliniche in epoca neonatale ma richiedono controlli nel tempo per valutare se vanno incontro a guarigione spontanea oppure se influenzano la funzione cardiaca. Cosa che avviene molto prima della comparsa dei sintomi.

La diagnosi di cardiopatia in un feto costituisce un’emergenza neonatale?
Raramente, perché molte delle malformazioni rilevate possono evolvere in modo favorevole nel corso della gravidanza stessa e, comunque, sono ben tollerate dal nascituro nelle prime epoche della vita. L’importanza di effettuare una corretta diagnosi e un’adeguata interpretazione di cardiopatia congenita si presenta, invece, nell’esecuzione di un adeguato consulto psicologico con la famiglia e nell’approntare un parto “protetto”, con tutti gli strumenti di salvaguardia del neonato e della gestante. Un percorso questo che si effettua nella nostra struttura, dove esistono, in aggiunta a un efficiente sistema di diagnostica cardiologica pre-natale funzionante 24 ore su 24, anche protocolli dedicati ai singoli gruppi di cardiopatie congenite, riunite per profilo di rischio materno e neonatale.

Alla morte cardiaca improvvisa secondo il ministero della Salute si deve circa un quinto dei decessi fra i bambini italiani al di sotto dei 13 anni: si presenta nel 10/15% dei casi durante l'attività fisica e nel 90% è riconducibile a cause cardiache che potrebbero essere individuate con un elettrocardiogramma. È vero?
La SIDS o “morte in culla” è una condizione piuttosto rara che colpisce il neonato e il lattante, con un picco di incidenza tra il 2° e il 4° mese di vita e la cui origine non è al momento ancora chiarita. Costituisce, probabilmente, il risultato finale di numerose condizioni patologiche di cui soltanto alcune hanno un’origine cardiaca, mentre altre riguardano probabilmente un’immaturità del controllo della respirazione e fattori ambientali (fumo materno o familiare, posizione nella culla durante il sonno, ecc).

Dopo il primo anno di vita invece a cosa è dovuto questo grave problema?
Si tratta innanzitutto di una condizione piuttosto infrequente che si manifesta come espressione di cardiomiopatie o anomalie elettriche. Spesso l’insorgenza è nel corso dell’attività fisica intensa ed è legata probabilmente a fenomeni aritmici. In ogni caso, una valutazione di screening cardiologico basale, con visita, elettrocardiogramma ed ecocardiogramma, effettuata nel periodo in cui i bambini iniziano l’attività fisica regolare, costituisce uno strumento potente per escludere quelle condizioni cardiologiche che si complicano, sebbene molto raramente, ma con risultati infausti.

Com'è la situazione in Toscana per quanto riguarda le malattie cardiache dei bambini che necessitano interventi?
La cardiologia pediatrica si basa su una corretta e rigida strutturazione di compiti e competenze, con centri di I e II livello in cui si esegue lo screening e la diagnostica di base e centri di riferimento di III livello in cui si affina la diagnosi e si esegue un trattamento. In Toscana, tale rete di screening e invio a centri di III livello è abbastanza efficiente ed è ulteriormente facilitata dall’istituzione di una rete telematica di tele-consulto, la cosiddetta telemedicina, con la quale i centri periferici possono essere supportati da quelli di riferimento per le diagnosi più complesse o per la decisione sul “timing” di trattamento. In questa divisione di compiti, i centri di III livello hanno anche assunto competenze differenziate per cui l’ospedale Meyer si interessa prevalentemente delle cardiomiopatie mentre l’Ospedale del Cuore (ex Ospedale Pediatrico Apuano, OPA) di Massa delle cardiopatie strutturali da trattare con procedure di cardiologia interventistica o cardiochirurgia. L’efficienza della rete telematica di telemedicina di cui l’Ospedale del Cuore e l’Ospedale Meyer sono punto di consultazione, e la loro stretta, e ormai collaudata collaborazione fanno sì che il bambino cardiopatico possa essere gestito con efficienza e competenza sia localmente nel centro inviante, che centralmente (se le condizioni lo richiedono) nella struttura più specializzata per quel singolo problema.

Rispetto a dieci anni fa come è cambiata la chirurgia dei piccoli cuori?
Ha compiuto passi da gigante e ormai un intervento cardio-chirurgico, anche complesso, eseguito in epoca neonatale non costituisce più un’ impresa epica. Tutto ciò comporta, però, competenze e capacità non comuni e non limitate al solo cardiochirurgo, perché il risultato finale dipende dalla correttezza e precisione della diagnosi e dall’assistenza post-chirurgica. L’efficienza di un “team” che si occupa del trattamento delle cardiopatie congenite non può, perciò, prescindere da una elevata professionalità di cardiologo, cardiochirurgo ed anestesista, ma necessita anche del supporto di tutte le altre figure professionali ultra-specialistiche (tecnici di cardiochirurgia, ferristi ed infermieri). —


 

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