Attenzione
Chiusa l’edicola confiscata alla mafia e il Comune la vuole demolire
Pisa, scontro sui beni dello stato. L’associazione Libera che l’ha in concessione è contraria: «È un simbolo, ne faremo uno sportello di ascolto»
Un chiosco abbandonato nel cuore commerciale della città. Ma anche il simbolo di uno Stato che strappa al malaffare il frutto dei suoi illeciti e consegna, in un passaggio purificatore, il bene al servizio di tutti. Per riaffermare i princìpi del sapere e della legalità.
Quella volumetria che sa di ferraglia, anche se un tempo era fonte di conoscenza, si staglia all’inizio di Borgo Stretto e a dispetto di un’immagine dimessa ha tante storie da raccontare. Era un’edicola nella sua prima vita. E lo era anche in quella ripulita e corretta fissata nel 2018 dalla Cassazione con la conferma della confisca a carico di un boss siciliano che l’aveva acquistata, intestandola al figlio.
Lui, Orlando Galati Giordano, 59 anni, messinese, dal marzo 2010 sconta una condanna a 20 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, estorsione, rapina e omicidio. I suoi familiari hanno combattuto fino alla Suprema Corte per dimostrare di aver comprato l’attività commerciale con mutui e prestiti. Non sono stati creduti. L’edicola per lo Stato è entrata nei beni della famiglia Galati Giordano ricorrendo ai soldi che il boss aveva accumulato con il crimine. Il secondo tempo dell’esistenza di quel chiosco non ha avuto una strada in discesa. La crisi che ha colpito le rivendite di giornali non ha creato un’isola felice per il chiosco incapace di collezionare numeri sufficienti per stare sul mercato. L’epilogo è stato doloroso.
Confiscata nel 2013, assegnata all’associazione Libera nel 2014, l’edicola ha cessato l’attività a fine febbraio 2018. Una chiusura con la voglia di ripartire con altri progetti. L’auspicio di Libera è rimasto intatto. Anzi, si rinnova adesso con una serie di iniziative che coinvolgeranno scuole, partiti e istituzioni locali.
L’attività era stata assegnata dall’Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Ora il Comune vuole rimuovere il chiosco per problemi di decoro. Sotto il portico quel rudere di metallo è un graffio estetico. Palazzo Gambacorti sta preparando un’ordinanza per togliere le lamiere. Un gesto accompagnata da un ramoscello d’olivo. È pronta un’alternativa che verrà proposta e discussa con Libera la prossima settimana. Si tratta di assegnare, gratuitamente, un fondo di proprietà comunale all’associazione di don Ciotti, «riconoscendone il valore di baluardo di legalità».
Uno “scambio” che non piace a Libera. Il referente provinciale Fabrizio Tognoni lo dice con chiarezza. «Sì, l’edicola non ha funzionato – spiega –. Ma il punto è stato utilizzato per visite di studenti e altre testimonianze. Secondo noi quel chiosco ha un valore simbolico che non può essere trasferito altrove. È importante restare in quello spazio proprio perché è lì che il boss ha riciclato i suoi soldi e che lo Stato ha confiscato per metterlo a disposizione della collettività. Non ci interessa andare da un’altra parte».
Libera ha varato una campagna di ascolto e proposte che durerà fino al 9 giugno. L’ha chiamata “Le settimane dell’edicola confiscata”. L’obiettivo non è solo quello di impedire la rimozione di un simbolo. Le energie messe in campo dovranno servire a immaginare un futuro per quel luogo.
«Penso a un punto di incontro per giovani, uno sportello di ascolto e di informazioni – chiosa Tognoni –. Ci sono stati incontri con l’amministrazione, ma anche di fronte all’Agenzia dei beni confiscati se ci fosse l’appoggio del Comune avremmo un peso diverso». La sorte dell’edicola non è stata dimenticata dall’agenzia con sede a Roma che fa capo al ministero dell’Interno.
«Massima disponibilità a valutare possibili riusi – spiegano dalla capitale –. La volontà di far ripartire l’esperienza non è mai venuta meno». Una storia di rinascita che rischia di essere smantellata. —
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