Il Tirreno

Toscana

Se vuoi la pace, prepara la guerra

Emanuele Rossi

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È davvero singolare come avviene la comunicazione politica nel nostro Paese. Tutti ricorderanno i tempi in cui furono approvate le passate leggi elettorali: dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum bis. Per settimane nei giornali non si era parlato di altro; i dibattiti televisivi erano monopolizzati dalle discussioni su premi di maggioranza, collegi, scorporo e quant’altro.

Il Parlamento ha approvato, in via definitiva, una “nuova” legge elettorale, ma nessuno se ne è accorto. Sfido chiunque a trovare un cenno al tema in una delle prime pagine dei giornali, o anche un qualche intervento di esponenti politici a sostegno o contro tale proposta. Un silenzio assordante, e forse ingiustificato (almeno dalle minoranze). Eppure questo è avvenuto: il 19 febbraio la proposta è stata approvata dal Senato, il 13 maggio dalla Camera, senza modificazioni e quindi in via definitiva.

A parziale giustificazione di tale silenzio sta forse il contenuto: la legge è stata fatta passare come una legge “di adeguamento” alla riforma costituzionale ancora in discussione. In sostanza, se andrà in porto la riduzione del numero di parlamentari (400 alla Camera, 200 al Senato), come si propone di fare il disegno di legge di modifica della Costituzione ancora in discussione, occorre avere una legge elettorale che sia adeguata ai nuovi numeri, e che quindi consenta di svolgere le elezioni appena la riforma costituzionale sarà approvata (se sarà approvata, ovviamente). Non entro nei tecnicismi della nuova legge, che definisce un diverso rapporto tra numero dei collegi uninominali e numero di quelli proporzionali: e ciò viene fatto con una soluzione ingegnosa, tale da consentire di essere applicata sia nell’ipotesi in cui la riforma costituzionale venga approvata che nel caso contrario. Uuna legge passepartout. Malgrado questo, una legge non neutrale, ma che avrà significative conseguenze anche sulla rappresentanza politica.

Ma non è il contenuto che intendo qui considerare: quanto, piuttosto, i tempi di approvazione. Perché il Parlamento ha avuto questa fretta? È facile immaginare la risposta: perché ci si vuole tenere pronti per nuove elezioni, che potrebbero anche essere assai vicine, ed alle quali arrivare sventolando agli elettori il trofeo della riduzione del numero dei parlamentari. Che senso avrebbe altrimenti questa urgenza, se le nuove elezioni fossero tra quattro anni (come dovrebbero essere)?

Mentre dunque a voce si sbandiera la volontà di far durare il governo per tutta la legislatura, nei comportamenti parlamentari ci si prepara ad elezioni imminenti. “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, si diceva una volta: mutatis mutandis, siamo sempre lì.

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