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Industria italiana: ci manca la grande dimensione

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Tutti sappiamo che il mondo sta radicalmente mutando. Il rapporto del capace Centro Studi Confindustria (CSC) sull’industria italiana, fondamentale per la nostra economia, ci aiuta a comprendere i mutamenti in corso, le conseguenze e le scelte da compiere. Anche se ridotti di 650mila unità rispetto al 2007 gli occupati nell’industria manifatturiera sono 4 milioni quasi sempre con contratti a lungo termine e buoni salari. Siamo il settimo Paese manifatturiero del mondo. Il primo fatto di rilievo evidenziato dal rapporto CSC è che ovunque è in corso, prevalentemente per fattori politici, si pensi alle battaglie avviate da Trump con la Cina o alla Brexit ed alla conseguente riduzione degli investimenti internazionali, un rallentamento piuttosto consistente. Lo provano i modesti saggi di crescita dei principali settori produttivi nei diversi Paesi. In Cina tra il 2016 ed il 2018 l’elettronica, prima industria di quel Paese, è aumentata, misurando il valore aggiunto in termini reali, di appena lo 1,7% ed è stata seguita, con l’1,5%, dalla meccanica strumentale. In Giappone e in Germania, dove il settore è al primo posto, il miglioramento è stato del 2,1% e dell’1,0%. Solo nella Corea del Sud l’elettronica è cresciuta del 5,3%. In Italia la crescita della meccanica strumentale, il comparto più dinamico, è stata di appena l’1,8%.

Il rallentamento globale è in parte notevole dovuto a quello del commercio internazionale che, per altro, è ormai caratterizzato da catene internazionali delle quali, per quanti sforzi si facciano, non si può fare a meno. Da questo rallentamento il CSC trae la non del tutto condivisibile conseguenza dell’opportunità di rafforzare, con misure politiche, la domanda interna. Non solo a livello nazionale, ma anche a quello europeo dato che la competizione ormai è tra i colossi mondiali ed una singola nazione non ha la forza necessaria per tutelare i propri interessi. Non va, tuttavia, trascurato che la nostra industria continua a modificarsi sia migliorando la qualità dei prodotti, sia introducendone nuovi quasi sempre tecnologicamente più avanzati e la domanda estera ha un ruolo di primo piano. In parte il miglioramento qualitativo e quantitativo è dovuto agli incentivi sotto forma di iperammortamenti , vale a dire che non comportano spesa pubblica, ma solo ritardi nelle entrate introdotti con Industria 4 nel 2016. Altra parte, invece, è il frutto delle notevoli capacità imprenditoriali di cui l’Italia è dotata.

Qui si evidenzia uno dei maggiori problemi italiani. Scarseggiamo di imprese di grandi dimensione in grado di resistere e vincere i giganti che tendono a dominare i settori tecnologicamente più avanzati. Per giunta tra i pochi che abbiamo molti sono a controllo pubblico e possono risentire delle debolezze della politica. In sostanza il futuro della nostra industria dipende in misura non trascurabile dalla nostra capacità di guardare non al passato, ma all’avvenire.



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