Sicurezza
Meyer, ecco i dottori dei bimbi che ri(m)parano la vita
C’è una squadra speciale all’ospedale pediatrico di Firenze formata da 13 fisioterapisti e 2 logopedisti Per i piccoli che hanno superato grandi traumi e malattie tornare a respirare o deglutire è un’impresa
In un ospedale pediatrico ci si occupa della cura, della chirurgia e della degenza. Ma ci sono anche attività trasversali, tra le quali la riabilitazione, che consentono al bimbo di tornare a vivere meglio, di provare pian piano a riabbracciare la normalità. A piccoli passi, esercizio dopo esercizio. Perché qui si tratta – per dirlo con semplicità – di compiere gesti una volta ritenuti scontati, come respirare, muoversi e deglutire. Ma che, a causa di malattie o altro, scontati lo diventano un po’ meno. Per questo al Meyer c’è proprio una struttura dedicata alla riabilitazione pediatrica, diretta dalla dottoressa Laura Baroni. Insieme a lei 13 fisioterapisti e 2 logopedisti, per la maggior parte donne. Il servizio svolge attività mirate alla prevenzione, cura e riabilitazione di problemi funzionali che possono causare disabilità e che sono originate da patologie del sistema muscolo-scheletrico, del sistema nervoso centrale e periferico e del sistema cardio-polmonare. I diversi professionisti svolgono attività di valutazione, stesura del programma riabilitativo e trattamento fisioterapico per i bambini e gli adolescenti che sono ricoverati o in regime di day hospital e affetti da varie patologie. Vengono effettuate anche consulenze fisioterapiche per bambini e adolescenti che accedono al servizio da esterni, di provenienza regionale ed extraregionale (valutazione, stesura e verifica del programma riabilitativo) all’interno di ambulatori collegiali svolte insieme ai medici specialisti di riferimento. Si tratta di circa 4000 bambini all’anno, tra interni (cioè ricoverati e in day hospital) ed esterni.
Dottoressa Baroni, di cosa si occupano i professionisti del vostro servizio all’interno dell’ospedale?
«I fisioterapisti si occupano delle valutazioni e dei trattamenti dei bambini con problematiche che interessano: il sistema muscolo-scheletrico, come ad esempio le patologie ortopediche, traumatologiche, reumatologiche, oncoematologiche e da ustione; il sistema nervoso centrale e periferico, come le paralisi cerebrali infantili, le patologie neuromuscolari, metaboliche e genetiche, quelle di interesse neurochirurgico e neonatologiche; il sistema cardiopolmonare sia nei reparti intensivi che nelle pediatrie per problematiche croniche, come la fibrosi cistica, le broncopneumopatie e le patologie neurologiche. I logopedisti, invece, si occupano della deglutizione e del linguaggio nella fase acuta. Da circa 3 anni si occupano anche della valutazione e del monitoraggio dei bambini che hanno subito un intervento di inserimento di protesi cocleare».
Quanto è importante coinvolgere la famiglia?
«I genitori sono i massimi esperti del loro bambino, sono una costante nella sua vita quotidiana. Per questo vanno coinvolti e “guidati” a sostenere lo sviluppo del bambino sia durante il ricovero che al rientro a casa. È quindi molto importante coinvolgerli nel processo decisionale, condividendo le informazioni, gli obiettivi e le modalità del trattamento, comprese il valore delle attività ludiche e delle attrezzature utilizzate. È inoltre fondamentale fare in modo che il bambino accetti e partecipi attivamente ai trattamenti – spesso molto frequenti – vivendoli positivamente. Per questo la maggior parte degli esercizi e delle attività sono proposte in forma di gioco perché più significative e motivanti per i bambini».
In questo incide anche il rapporto umano?
«L’attenzione alla qualità della relazione per un fisioterapista pediatrico è molto importante, cercare di entrare in empatia con il bambino e la sua famiglia rispettando e valorizzando la loro individualità ci consente un loro coinvolgimento attivo ed una migliore aderenza al programma di trattamento proposto. Questo è un aspetto importante della nostra professione al quale dedichiamo molto spazio anche in fase di didattica e di formazione. La gestione di problematiche complesse richiede inoltre di lavorare in collaborazione con altri professionisti prima nel team all’interno dell’ospedale e, successivamente, con i servizi territoriali per garantire la prosecuzione dell’intervento anche dopo la dimissione».
Siete quasi tutte donne: come mai?
«Non saprei. Da sempre le discipline sanitarie hanno visto un maggior coinvolgimento ed interesse da parte delle donne; forse dipende dalle loro caratteristiche e dalla loro capacità di relazione. Nel nostro gruppo ci sono solo due maschi, molto bravi e sensibili e che, a volte, sono l’arma vincente per il coinvolgimento e trattamento di ragazzi/adolescenti che spesso con le donne-“mamme” vogliono avere poco a che fare!».
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