Il dolore
Contrordine: confiscato il tesoro dei rom
Prato: ribaltata in appello la sentenza che aveva ridato ai «falsi poveri» la ricchezza evasa. Sequestrati 2,5 milioni di beni
prato. Due anni fa la guardia di finanza li definì «falsi poveri» andando a sequestrare beni per circa 2,5 milioni di euro. Ora poveri lo sono davvero, se nel frattempo non sono riusciti a nascondere qualcosa allo Stato. Martedì, infatti, la prima sezione penale della Corte d’appello di Firenze ha depositato un decreto che dispone la confisca di tutti i beni delle famiglie rom Ahmetovic e Halilovic. Si è salvato, pare, solo un libretto contenente 9.573 euro intestato a Serafino Ahmetovic, figlio di Valter. Poca roba rispetto a un patrimonio milionario fatto di case, terreni, conti correnti e polizze vita intestate a 14 persone che quasi mai hanno presentato denuncia dei redditi e che in sette (Alessandro, Patrizia, Djula, Daicor, Misel, Valter Ahmetovic e Delija Halilovic) hanno accumulato la bellezza di 76 precedenti penali, soprattutto per furto.
Il collegio presieduto da Alessandro Nencini ha ribaltato la decisione presa lo scorso 4 dicembre dal Tribunale di Prato presieduto da Francesco Gratteri, che aveva restituito il tesoretto di 2,5 milioni ai rom annullando i sequestri del giugno 2017 e suscitando la reazione, tra gli altri, del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini che si chiese polemicamente: «Vi sembra normale?». Il presidente Gratteri gli rispose indirettamente qualche giorno dopo, spiegando che mancava il «nesso temporale». In altre parole, i beni posseduti dalle famiglie Ahmetovic e Halilovic «sono sicuramente sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati, ma questo non è sufficiente per confiscare quei beni». Vale a dire che io posso anche aver commesso un’infinità di reati, ma se poi ho smesso e dopo qualche anno ho acquistato beni anche di ingente valore, pur non dichiarando quasi nulla al fisco, lo Stato non può confiscarmeli.
Un’interpretazione che ora viene sconfessata dalla Corte d’appello, che accoglie il ricorso presentato dai sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli. I due magistrati, in particolare, avevano sostenuto che la decisione del Tribunale avesse creato una sorta di «soggetto pericoloso ad intermittenza», che tradiva lo spirito della norma sulle misure di prevenzione patrimoniale. Se Alessandro e Valter Ahmetovic hanno passato lunghi periodi in carcere - questo l’esempio dei due magistrati - non hanno potuto commettere reati, ma questo non vuol dire che sia venuta meno la loro pericolosità sociale.
Djula Ahmetovic, la settantaduenne patriarca della famiglia che a Prato tutti conoscono perché è sempre in giro a chiedere l’elemosina, sperava forse di salvare il suo libretto postale sostenendo che ci versava soltanto la pensione sociale di 460 euro, ma i magistrati hanno dimostrato che la pensione le bastava appena per campare, mentre non si spiegano i versamenti in contanti, di cui non si conosce la provenienza, tra il 2003 e il 2017. Ancora più macroscopica appare la condizione di Delija Halilovic, figlio di Djula. È a lui e ai suoi familiari che è intestata la gran parte dei beni prima sequestrati, poi resi ai rom e infine confiscati: in totale si tratta di un milione e 800mila euro, calcola la Finanza, suddivisi tra polizze assicurative, libretti postali, case e terreni. C’è un piccolo particolare: né lui né alcuno dei suoi familiari, come scrivono i giudici della Corte d’appello, «hanno mai presentato la dichiarazione dei redditi» e non risulta che percepiscano redditi leciti «di qualsivoglia natura». Da dove arriva dunque questa ricchezza. I giudici non lo sanno per certo, ma hanno deciso di confiscargliela. —
Paolo Nencioni
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