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Il pescatore-spazzino fra orate e immondizia

Anna Cecchini
Il pescatore-spazzino fra orate e immondizia

Piccinetti: «Da dieci anni è emergenza, tiro su di tutto:  ruote, tettoie, barattoli. Ma non posso fare finta di nulla»

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Insieme a triglie e alici iridescenti ci sono i totani morbidi. Ma nelle sue reti restano impigliate anche bottiglie e buste di plastica. Quando esce con il suo peschereccio torna a riva con cumuli di detriti che con i fondali marini non hanno niente a che fare. Si tratta di quei rifiuti che ormai infestano anche gli abissi. E che lui e il suo equipaggio trovano nelle reti, insieme alla paranza destinata ad essere fritta.

Massimo Piccinetti, pescatore 64enne che tiene ormeggiato il suo peschereccio Koala nel porto di Marina di Cecina, solca le acque antistanti la Costa Etrusca ormai da quasi trent’anni. Prima lavorava dentro lo stabilimento chimico Solvay, poi nel 1990 ha lasciato tutto e ha comprato una barca. Da allora non ha mai smesso di pescare, esce prima dell’alba due o tre volte a settimana o comunque quando le condizioni meteo lo permettono. Conosce a memoria la distesa marina tra Baratti e Livorno, sa quali sono le zone più pescose, e racconta che negli ultimi quindici anni ha visto aumentare in maniera esponenziale la quantità di plastica presente nel mare. «Non solo sulla superficie - spiega - ma anche sui fondali. Me ne accorgo perché per prendere la paranza usiamo reti con maglie strette, in cui resta impigliato il pesce ma anche altri oggetti sul fondale. E da anni, insieme a totani, gamberi e triglie, issiamo in barca buste e bottiglie di plastica». Uno spettacolo che un pescatore non vorrebbe mai vedere, perché è un po’ come assistere alla lenta agonia della distesa marina.

«Dal 2003 pratico la pesca a strascico - racconta Piccinetti, che esce sul Koala con il figlio Francesco e con il loro dipendente Diop -, quella per prendere la paranza. È chiaro che quel che c’è in fondo al mare lo raccatti, visto che le reti sono molto fitte e vengono riprese con la tecnica dello strascico». Insieme a pesci, gamberi e molluschi, l’equipaggio issa anche vari chilogrammi di plastica. «Non sempre - precisa Piccinetti -, ma certo negli ultimi anni è diventato un fenomeno sempre più frequente. Alcuni giorni abbiamo tirato su anche una decina di chilogrammi di rifiuti fra bottiglie e sacchi di plastica ma anche pezzi di gomma, ferro e reti da pesca rimaste sui fondali». Ecco che lo storico pescatore ha deciso di mettere in atto un suo piccolo progetto per salvaguardare gli abissi. Una scelta che ha fatto quando ancora il ddl “Salva mare” non aveva avuto l’ok del Consiglio dei ministri, stabilendo così che i pescatori-spazzini abbiano un certificato ambientale e che la gestione dei rifiuti trovati in mare non gravi su di loro a livello economico. «Non ne so nulla - dice Piccinetti - chiederò come funziona alla mia commercialista».

Fatto sta che ogni volta che nelle reti di Massimo, insieme ai pesci, restano rifiuti di vario tipo, lui li tira in barca. Vengono separati dal pescato e accumulati a poppa, per poi essere portati a riva. «Negli ultimi anni - spiega Piccinetti - troviamo di tutto: lamiere e pezzi di tettoie, nei giorni scorsi anche un canotto. Ma gli oggetti più frequenti sono bottiglie e buste di plastica. Non solo si vedono galleggiare a chiazze sulla superficie marina, ma è chiaro che infestano i fondali». Poche settimane fa Massimo ha pescato addirittura «lo stampo di una barca, cioè una struttura di acciaio lunga quattro metri. Non ce l’abbiamo fatta a issarla, ma sono riuscito a trattenerlo nella rete per miglia, fino a portarlo in una zona dove sappiamo che c’è un relitto».

Massimo, Francesco e Diop sanno bene di non poter far sparire la plastica che ha invaso l’intera distesa marina. «Ma ci sembra assurdo - termina il pescatore - ributtare quel che troviamo». —

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