Il Tirreno

Toscana

L'editoriale del direttore

Il coraggio di proporre una visione

Fabrizio Brancoli
Fabrizio Brancoli, direttore de Il Tirreno
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Fabrizio Brancoli, direttore de Il Tirreno

Siamo immersi in una società tattica, che vive compulsivamente il suo oggi: ci sono solo la prossima elezione, il prossimo bilancio, il prossimo campionato, il prossimo anno scolastico, il prossimo viaggio. Per questo, a volte, vorrei presentarmi in un commissariato per denunciare un furto: qualcuno ci ha rubato l’orizzonte

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Il Tirreno ha un nuovo direttore, Fabrizio Brancoli. Succede a Luigi Vicinanza, cui è stato affidato l’incarico di condirettore editoriale dei quotidiani GNN, il  gruppo editoriale italiano di cui anche “Il Tirreno” fa parte. Fabrizio Brancoli ha ricoperto la carica di vicedirettore del giornale e ha maturato un’esperienza giornalistica trentennale all’interno del “Tirreno” lavorando a Montecatini, Pontedera, Viareggio e poi a Livorno come caporedattore centrale.

In una pausa pranzo, mesi fa, ho messo in moto la mia auto e ho raggiunto la zona industriale di Livorno, entrando per la prima volta nella mia vita in un’agenzia di scommesse. Poco dopo, conversando con un’impiegata gentile, ho speso qualche euro puntando sul futuro del mondo. Quota cento a uno. L’agenzia aveva deciso di "bancare" la possibilità che la società SpaceX di Elon Musk, il magnate futurologo sudafricano, porti l’uomo su Marte entro il 2022. La mia scommessa è aperta per meno di quattro anni; potrà terminare dandomi una delusione oppure regalandomi una somma piccola che non cambierà la mia esistenza. Nel frattempo, sempre nel caso di una scommessa vinta, ci troveremo di fronte alla più grande notizia della storia dell’umanità: il sogno di ogni giornalista. Meno di quattro anni per saperlo, mentre a Hawthorne, California, formidabili ingegneri aerospaziali, astrofisici e scienziati multidisciplinari si misureranno con l’impresa. È poco tempo, maledettamente poco.

Mi spiace che quelli di SpaceX non abbiano ipotizzato termini più lunghi. Qual è l’ultima volta che ricordiamo un sindaco parlare di qualcosa che dovrà accadere tra vent’anni, nelle nostre città? Quanti scenari in Toscana - la piattaforma Europa nel porto di Livorno, l’alta velocità locale Pisa-Firenze e anche le grandi opere culturali - sono lì, fermi, come se qualcuno avesse premuto il tasto "pausa", ancorati dalle polemiche, consumati da un tempo che li rende vecchi prima di essere giovani? Perché il 2050, per esempio, non è all’ordine del giorno? Quale candidato alle prossime elezioni vi sta proponendo uno sguardo profondo, non un miraggio, che abbracci veramente il futuro? Intanto da mesi Lega e 5 Stelle ci propongono la narrazione estenuante di una lite, tra distinguo, passi e stalli, senza prospettarci l’Italia che verrà.

Siamo immersi in una società tattica, che vive compulsivamente il suo oggi, ansima in vista del primo domani e non progetta seriamente il dopo. Ci sono solo la prossima elezione, il prossimo bilancio, il prossimo campionato, il prossimo anno scolastico, il prossimo viaggio. Per questo, a volte, vorrei presentarmi in un commissariato per denunciare un furto: qualcuno ci ha rubato l’orizzonte. È stato un furto con destrezza, probabilmente commesso da un’associazione a delinquere della quale facciamo parte noi stessi, complici, basisti e fiancheggiatori.

È una questione politica ma sbaglieremmo a ridurla a una mera critica di posizione, sulle scelte e sugli orientamenti dei governanti. Riguarda il cambio culturale di certe aspettative, l’angolazione e l’intensità diversa dei nostri sogni, ai quali non siamo più capaci di immolare attese. Riguarda il ritmo che è impresso al presente e il disagio del puntare solo alle sopravvivenze invece che alle costruzioni di percorsi futuri. E poi c’è ognuno di noi, per la sua parte. C’è comunque una tua responsabilità. Non affrancartene. Così come c’è la mia e quella altrui. Io sento il bisogno di immaginare. Di avere idee e di pensare che possiamo portarle a compimento.Per questo, assumere la direzione di un giornale è un onore e un richiamo ideale. Colmo di consapevolezza e di voglia di fare, ricevo la carica di direttore del Tirreno, il mio giornale da sempre, la mia seconda famiglia.

Prometto un impegno assoluto e un po’ di creatività per esplorare l’attenzione dei nostri lettori. Assicuro principi fermi: antifascismo, democrazia, rispetto della dignità dell’uomo e dei diritti dei deboli. Principi fermi ma le idee, quelle le vorrei in grande movimento. In questi giorni ho spolverato la scrivania e ripercorso la mia storia, fino alle parole che sto scrivendo, l’articolo più importante della mia vita. Succedo a direttori di grandissimo spessore, campioni di analisi, di passione e di fantasia: pilastri di una storia che dura da 142 anni, che profuma di mare e di radici forti. Questo testimone di eccellenza lo raccolgo da Luigi Vicinanza, un maestro, che ha assicurato al Tirreno onore e prestigio, saldando sempre di più il rapporto mutuale tra il giornale e le sue comunità.

L’Editore, che ringrazio, investe su un giornalista orgogliosamente "figlio" del Tirreno da trent’anni. Mi consegna una sfida, un’emozione e il dono più grande, la dote assoluta, leggera come l’aria: si chiama libertà. Il Tirreno ha nella propria storia e nel proprio destino il senso della comunità. Dalla prima pagina del 29 aprile 1877 alle narrazioni multimediali di oggi, presidiamo il territorio con l’ambizione di interpretarlo e sostenere la nostra gente. Di questa comunità ci mettiamo al servizio con tutte le nostre piattaforme, convinti che non basteranno, convinti che ne troveremo di nuove. Cercheremo di farlo con curiosità colta e pensiero laterale, per assicurare certezze e produrre sorprese. Costruiamo bellezza, addestriamoci al coraggio.

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