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Ciampi, il patriota dell’Italia migliore: vent’anni fa la sua elezione al Quirinale
Da premier fu un argine al caos delle stragi e di Tangentopoli, poi il 13 maggio 1999 la nomina al vertice dello Stato Patria, dialogo e rispetto furono le sue bussole. La difesa dell’autonomia di Bankitalia e l’amore per la sua Livorno
«Il novecento» amava dire il presidente Ciampi «è un secolo diviso nettamente in due parti». Una prima segnata da totalitarismi e nazionalismi che avevano portato la civiltà europea quasi all’annullamento. E una seconda, che aveva visto il superamento degli odi e la costruzione del sogno europeo. Fece purtroppo in tempo a rendersi conto, dopo la fine della sua Presidenza nel maggio del 2006, che la storia del ventunesimo secolo avrebbe serbato sorprese, imprevedibili e amare.
Ma è veramente difficile oggi ripensare a Carlo Azeglio Ciampi senza riflettere su quanto radicata nella storia d’Italia sia stata la sua vicenda umana e politica. Col trascorrere delle stagioni sempre più mi viene di pensare che alla base del suo lavoro di studioso e di uomo delle istituzioni ci sia stato un sentimento che lui definì come «il sentimento di appartenenza a una realtà che era l’Italia». E che parlando ai giovani della scuola Sant’Anna di Pisa nel 2006 così precisò: «una società unita da valori antichi, secolarmente sedimentati nella nostra coscienza, un sentimento che ho sempre portato forte in me e anche durante il mio settennato al Quirinale ha ispirato la mia azione». Da questo sentimento nascevano le azioni che Ciampi intraprese «per far sì che anche negli italiani, che per anni avevano avuto un senso di pudore nel pronunciare la parola Patria con la P maiuscola, tornasse vivo questo spirito».
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Ha riscoperto la Patria
Il patriota Ciampi. L’uomo che credeva come pochi altri in un Paese che le guerre degli ultimi secoli avevano reso “nobile”, degno del sacrificio dei suoi figli, degno di essere la nostra Patria. Ed era quasi un fatto naturale che questo sentimento vibrasse in lui tanto più insistente quando tornava a visitare i luoghi della giovinezza e degli studi: Livorno e Pisa, la sua Toscana.
Soltanto avendo ben presente la storia del patriota riusciamo a capire fino in fondo le varie fasi della vicenda umana di Carlo Azeglio Ciampi. E quanto unico sia stato, e quanto antico ed attuale nello stesso tempo. E quanto l’aver vissuto i tempi tragici della guerra gli sia stato anche di ispirazione e di guida negli anni tumultuosi che visse al Quirinale, fra il 1999 e il 2006.
Alla scuola del dialogo
Agli inizi fu l’università, Pisa, la Normale nel 1937, accanto a maestri antifascisti come Guido Calogero, Luigi Russo, Augusto Mancini. Calogero soprattutto, che il sottotenente Ciampi avrebbe incontrato di nuovo a Scanno, in Abruzzo, nell’inverno ’43-’44, dove il professore era stato mandato al confino e l’allievo cercava invece di passare le linee per raggiungere gli eserciti alleati che risalivano la penisola. Quei giorni a Scanno furono una specie di corso accelerato e intensivo. «Ci insegnava - raccontò Ciampi - che l’individuo ha un senso in quanto vive in una collettività e la base della collettività è il saper dialogare, il saper discutere pronti a riconoscere le ragioni dell’altro». Solo così, diceva Ciampi ricordando Calogero, «si possono capire le opinioni e i bisogni altrui». Un dialogo che non implicava tolleranza, ma «l’impegno perché i diritti dell’altro abbiano uguale valenza dei propri». Un dialogo che si basava sul «senso etico della vita». Patria, dialogo, rispetto … Principi che lo ispirarono sempre nelle grandi missioni che lo aspettavano: lo studio, la Banca d’Italia, la presidenza del Consiglio, la presidenza della Repubblica. E che ci invitano a chiederci: quanto è lontano il Presidente livornese dalla nostra Italia, l’Italia di oggi? Come lo dobbiamo raccontare e spiegare ai giovani?
L’impegno politico
Ogni volta che ha voluto ricordare i suoi lunghi anni alla Banca Centrale, la sua amicizia e collaborazione con Mario Draghi, Ciampi ha insistito sul tema dell’autonomia. «La autonomia della Banca d’Italia è fondamentale per il Paese e specialmente ora che abbiamo la moneta unica di cui sono un grande sostenitore. E’ una cosa unica e come Banca Centrale deve mantenere l’indipendenza». E fu una scelta unica e comprensibile quella del presidente Scalfaro che nel momento più grave della strategia mafiosa di attacco alle istituzioni chiese a Ciampi di lasciare la sua banca e assumere l’onere di formare il governo: era la prima volta nella storia repubblicana che l’incarico andava a un non parlamentare e un non iscritto ad alcun partito. Anche l’inizio fu tumultuoso: il governo aveva appena giurato che la Camera dei deputati salvò a voto segreto Bettino Craxi. Era il 30 di aprile del 1993, rimasto nella storia anche per il lancio di monetine contro il segretario socialista all’uscita dall’hotel Raphael. I tre ministri del Pds che erano appena entrati nel governo Ciampi si dimisero insieme al verde Rutelli e Ciampi dovette correre ai ripari. Poi venne il mese di maggio, con le bombe e i morti: Roma, Firenze, Milano. Ciampi che cerca di contattare il suo ufficio a Palazzo Chigi e viene informato che i centralini sono stati “disattivati”.
Il livornese pignolo
Frugando nei resoconti di quell’anno, si trova anche quello di Vittorio Orefice, livornese come il Presidente. “Ciampi ha esordito con una raccomandazione: odio gli orologi. Se il Consiglio dei ministri è convocato per le 9 sono le 9 e non le 9 e 10”. Un presidente pignolo, commentano alcuni, che cerca l’ordine là dove appare impossibile. Un presidente diverso, certamente. Io lo ricordo arrivato a Firenze subito dopo la strage di via dei Georgofili. Si guardava attorno smarrito, smarrito guardava noi giornalisti, smarrito cercava risposte da Pier Luigi Vigna che coordinava le indagini. Non arrivarono allora, le risposte definitive. Non ce ne sono nemmeno oggi, che tanto tempo è passato.
Ma il problema di tutte le questioni che implicano la presenza nello Stato di Istituzioni infedeli, di un potere che rimane occulto e che opera contro il Paese e contro quella Costituzione che il presidente aveva tanto amato ha continuato a preoccuparlo anche durante il suo settennato e lo diceva, agli amici giornalisti nelle conversazioni più private. Quando venne a trovarci al Tirreno fu un giorno di gran festa, un ritorno a casa: volle sapere tutte le innovazioni, volle sentire i nomi di tutti e chi gli ricordava qualcuno o qualche episodio della sua famiglia, della sua storia… Come se non se ne fosse mai allontanato, il presidente patriota, da quelli scogli e da quel mare.
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