Sicurezza
«Solo Marx salverà precari e rider»: se il filosofo “rosso” torna di moda
Decine di giovani alla conferenza organizzata a Pisa per rileggere la società attualizzando la riflessione del pensatore tedesco e cercare un’alternativa a Salvini
PISA. Marx è fico. Come una canzone pop o un film di Sergio Leone, fa capire a un certo punto il rettore Paolo Mancarella. Molto più di un post con un ministro in divisa, di un tiramisù twittato a metà pomeriggio. «Perché la rivoluzione non è un pranzo di gala né una festa letteraria, faceva dire il regista riecheggiando Mao ai titoli di apertura in Giù la testa». Citare il filosofo, insomma, non è più guardato di sbieco, con sospetto, in cagnesco, o peggio, con pietismo compassionevole.
Anzi. Al massimo Matteo Salvini «ci darà di compagnucci, ci schernirà chiamandoci “zecche”, si scaglia contro il “potere rosso” perché sa che quel potere, quell’insieme di idee è l’unico in grado di fronteggiare il populismo e di tornare a parlare al popolo di cui lui si riempie la bocca», dice Gabriele, 25 anni, quinto anno di bioingegneria. Insomma, lotta di classe reload, Manifesto e Capitale remake, dicono qui un po’ tutti a “Marx 201”, la mega conferenza internazionale organizzata all’università di Pisa che fino a oggi, venerdì 10 maggio, ospita 30 studiosi e ricercatori provenienti da 14 Paesi del mondo per «ripensare l’alternativa», come hanno sottotitolato la tre giorni il professor Alfonso Maurizio Iacono, docente e filosofo dell’università di Pisa, e Marcello Musto, studioso del filosofo tedesco alla York University. 200 + 1, come gli anni dalla nascita, con l’1 a significare la proiezione nel futuro, la fiamma non ancora estinta del suo pensiero.
Ecco, l’unico tarlo a scavare le inflessibili certezze di chi è qui per rileggere in chiave moderna il pensatore barbuto e magari scovare una via d’uscita dal dominio populista sembra proprio chi dovrebbe averlo più a cuore: Maurizio Landini. È vero, il segretario della Cgil parla degli effetti della globalizzazione sulle fasce più deboli, dei pericoli della robotizzazione del lavoro, della «finanza che comanda sulla economia e sulla politica», di «precarietà», ma avverte: «Stiam parlando di Marx e marxismo... ma dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: ho la sensazione che la sinistra, nelle sue varie espressioni (socialista, comunista, socialdemocratica) abbia esaurito la sua spinta propulsiva. Vista dagli occhi dei giovani precari per cui quella parola doveva rappresentare una speranza di cambiamento, è invece una parte del problema. Con queste contraddizioni dovremo fare i conti». Lui, dice, lo ha sempre fatto: «prima di conoscere Marx, ho conosciuto lo sfruttamento, la mia università sono state le fabbriche», dice il segretario alle 18, poco dopo aver presieduto l’assemblea del sindacato a Pontedera, visitato i dipendenti del Caaf di Pisanova, ma schivato un gruppo di operai precari della Piaggio saliti per protesta sul tetto di un palazzo per chiedere il rinnovo del contratto. «No, dai Landini, così sembri Diego Fusaro, orma manca si scagli contro i migranti e i globalisti alla Soros», sghignazza Gabriele.
Ma sarà pur vero, in sala molti sono prof, magari c’è parecchia accademia, ma tantissimi sono giovani. Ventenni, trentenni. Barbe guevariste, da dittatura proletaria, o austerità berlingueriana, sessantottismo neanche troppo. Son venuti tutti a sentir parlare di un filosofo che fino a 15 anni fa avrebbe fatto pensare ad una reunion per velleitari nostalgici di un tempo che non c’è più. E invece qui son di tutt’altro avviso: studiare Marx è anzi da duri e puri del pensiero moderno. «Certo che Marx è attuale - dice Ismail El Garras, studente di storia contemporanea - Lo ha detto perfino Warren Baffet, il miliardario. “La lotta di classe esiste e la stiamo vincendo noi”, i potenti, i capitalisti».
«Perché la società è cambiata, ma il capitalismo è rimasto, ha allargato la forbice delle diseguaglianza, e sì, dovremo forse fare i conti con un nuovo conflitto di classe, fra precari e la dittatura dei robot-proletari. Dovremo abituarci tutti a avere meno, magari facendo in modo che sia redistribuito meglio», dice Francesca, 27 anni, studentessa di filosofia, convinta che Marx sia «una torcia con cui far luce sull’essere umano». «Un punto di riferimento», aggiunge Fernando, assegnista al Sant’Anna. «Magari non è tornato di moda per tutti, ma il nocciolo delle rivendicazioni dei nuovi operai della Gig economy, tipo i rider, non è così lontano dal nucleo di idee di Marx». «Marx non può dirci tutto. Ma la dialettica fra capitale e lavoro resta fondamentale», dice il presidente Enrico Rossi che sui suoi sogni di «rivoluzione socialista» ha scritto un libro e incentrato la sua seconda vita post-Pd.
Insomma Marx è roba forte per leggere la contemporaneità, le derive del neoliberismo, scovare e magari spezzare i nuovi schiavisti, quelli che in Congo «usano i bambini proletari per raccogliere il cobalto per i nostri telefonini nelle miniere», dice Rossi, per arginare la «disumanizzazione del lavoro prodotta dall’internet delle cose». Ma qui è anche il Marx meno noto ad essere sotto esame: «Migrazioni, genere, nazionalismo, diritti civili, ecologia sono temi affrontati dalla sua riflessione e oggi tornano attuali - avverte Iacono - Se dalla caduta del Muro si è potuti tornare a rileggerlo liberi da condizionamenti, dalla crisi del 2008 è diventato necessario farlo».
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