Il Tirreno

Toscana

L’intervista con la psichiatra Liliana dell’Osso 

Anoressia, l'esperta: «Attenti, non è una malattia dell’era contemporanea»

La professoressa Dell’Osso
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La professoressa Dell’Osso

L’anoressia non è una malattia (solo) dell’epoca contemporanea. Ce lo spiega in questa intervista la professoressa Liliana Dell’Osso, primaria di psichiatria a Pisa

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PISA. L’anoressia non è una malattia (solo) dell’epoca contemporanea. Ce lo spiega in questa intervista la professoressa Liliana Dell’Osso, primaria di psichiatria a Pisa.

Che cosa può scatenare l’anoressia o un altro disturbo alimentare?

«Difficilmente un fattore ambientale potrà avere un ruolo causativo verso un determinato tipo di disturbo: casomai può costituirsi come elemento precipitante una patologia per la quale era già presente una predisposizione individuale. Nel campo dei disturbi alimentari, in genere, l'effetto dei fattori ambientali viene erroneamente enfatizzato, al punto che talora li si considerano alla stregua di un problema della contemporaneità, associato ad esempio alla pressione mediatica verso determinati tipi di canoni estetici e stili di vita. In realtà disturbi alimentari di tipo restrittivo, paragonabili all'anoressia nervosa, sono esistiti anche in altre epoche e culture: nel medioevo sono descritte le sante anoressiche, che motivavano il digiuno con il desiderio di aderire a un'immagine di santità ed ascetismo. Negli ultimi anni, con l'incremento di campagne su salubrità ed eticità di determinati alimenti, stiamo assistendo a nuove manifestazioni di disturbi alimentari, quali l'ortoressia nervosa, in cui la spinta a operare restrizioni nella dieta viene motivata non dal desiderio di magrezza ma di avere un’alimentazione sana».

Che cosa significa il digiuno per un anoressico?

«In genere la capacità di mantenere un peso corporeo basso attraverso il digiuno influenza, per i pazienti, i livelli di autostima, e il perdere peso diviene fonte di gratificazione, al punto da instaurare un meccanismo di dipendenza. In alcuni casi, può instaurarsi un circolo vizioso nel quale la capacità di osservare il digiuno diventa per il soggetto misura delle sue capacità di controllo e del proprio valore personale. Il mantenimento di un peso basso, o la deprivazione di cibo, non si connota come desiderabile solo per se stesso, ma in genere si associa a un giudizio morale: all’idea di magrezza è associato un concetto di purezza spirituale o superiorità morale, mentre i cibi grassi verrebbero considerati impuri, con disprezzo per chi li mangi, inclusi se stessi».

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Perché al rifiuto del cibo si collega il rifiuto a curarsi e a ricoverarsi?

«In genere i pazienti con anoressia nervosa hanno scarsa consapevolezza di malattia, caratteristiche di inflessibilità e rigidità. È quindi molto difficile che, anche qualora percepiscano uno stato di sofferenza, lo attribuiscano alla restrizione alimentare che non desiderano interrompere, con conseguente rifiuto delle cure. D'altra parte, i pazienti possono essere consapevoli che il loro aspetto appaia agli altri come patologico e tenderanno a camuffarlo, ad esempio con l'uso di vestiti ampi, nonché a evitare il contatto con chi potrebbe evidenziare il problema».

Quando si raggiunge il punto di non ritorno?

«Quasi tutte le condizioni psichiatriche sono trattabili in modo efficace, se individuate precocemente. Anche una remissione completa della sintomatologia può essere possibile, se le cure sono mantenute e si monitorano i campanelli d'allarme su possibili ricadute. Tanto più precoce sarà l'accesso alle cure, tanto maggiori saranno le possibilità di trattamento. Nei disturbi alimentari, specie con discreto grado di severità, in genere è richiesto, per prima cosa, un trattamento di tipo internistico per il recupero del peso e il compenso degli squilibri elettrolitici e metabolici incorsi: sono le complicanze internistiche a portare alla morte questi pazienti».

Quali segnali devono allarmare un genitore rispetto a un possibile disturbo alimentare di un figlio?

«In genere, qualsiasi rifiuto del cibo prolungato, o perdita di peso non giustificata dovrebbe portare a porsi dei dubbi circa il benessere psicofisico della persona. Anche quando il dimagrimento non appare connesso al comportamento del paziente, né vengono esternate le preoccupazioni circa la propria immagine corporea, bisogna fare attenzione, ricordando che spesso vengono messi in atto meccanismi di negazione e dissimulazione: ad esempio, le condotte di eliminazione quali il vomito verranno in genere messe in atto di nascosto. O si potrà addurre il digiuno a un malessere». 

 

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