Sicurezza
La costituzione discussa solo a colpi di slogan
In questi mesi siamo immersi in un dibattito sulla Costituzione che avviene, in larga misura, senza l’attenzione storicamente suscitata da tali discussioni nella nostra storia nazionale. Il panorama politico italiano è attraversato infatti da un’ondata di dichiarazioni che hanno ad oggetto i caratteri di fondo dello Stato, a cominciare dalla sua forma istituzionale e dai principi del suo funzionamento, di cui il tema, pur centrale, della celebrazione del 25 aprile è solo un aspetto.
È in corso l’iter per il riconoscimento alle Regioni di maggiori autonomie che, se varato, apporterebbe un cambiamento sostanziale nell’architettura statuale. Come è noto, alcune Regioni appellandosi al terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, introdotto dalla riforma del titolo V, datata 2001, hanno chiesto maggiori competenze rispetto a quelle normalmente previste per le Regioni a statuto ordinario, dall’istruzione, all’ambiente, alla sanità per un totale di circa 200 funzioni amministrative.
La partita ha risvolti finanziari molto importanti perché si lega alle modalità di copertura delle funzioni eventualmente trasferite alle Regioni; solo per Lombardia, Veneto e Emilia Romagna si stima una cifra superiore ai 70 miliardi che peserebbe in maniera diversa se il criterio adottato fosse quello del costo storico o quello del costo medio nazionale. Nel primo caso, di fatto, il trasferimento delle competenze sarebbe a costo zero per lo Stato e dunque non genererebbe squilibri tra Regione e Regione, mentre nel caso del costo medio nazionale ci sarebbe un indubbio vantaggio per le Regioni più forti e con costi più bassi.
Ma, al di là dei dati finanziari, il vero tratto fondamentale del riconoscimento delle autonomie è costituto dal mutamento dell’idea stessa di Stato, che perderebbe molti dei suoi caratteri unitari per lasciare il posto ad una serie distinta e disomogenea di sistemi scolastici, di sistemi sanitari, di meccanismi di applicazione normativa in materia ambientale e in tema di lavoro, destinati ad accentuare ulteriormente le differenti velocità delle tante Italie esistenti. Certo, distanze profonde già esistono ma la formalizzazione delle autonomie rafforzate introdurrebbe una modificazione sostanziale che, come accennato in apertura, sta avvenendo in assenza di una discussione pubblica, non limitata agli screzi fra le due forze di governo.
Mentre si svolge il percorso in direzione delle autonomie regionali, è ricomparsa una questione che pareva ormai definitivamente superata. Si torna a parlare di riportare in vita le mai defunte Provincie. Dopo la loro mutilazione finanziaria e dopo la trasformazione in enti di secondo livello, con bilanci quasi costantemente in rosso, si è scoperta la loro indispensabilità, viste le competenze che ancora detengono in materia di scuole e di viabilità, e si è dichiarata l’esigenza stringente, da parte del ministro dell’Interno, di resuscitarle nella pienezza delle attribuzioni e delle risorse. Anche in questo caso, la proposta non è stata accompagnata da alcun dibattito nelle sedi istituzionali competenti e da alcuna reale riflessione pubblica. Soprattutto, non è affatto chiaro come le rinate Provincie si concilierebbero con le Aree metropolitane e con il percorso di rafforzamento delle autonomie regionali.
C’è, poi, un tema ancora più rilevante, individuabile nella possibilità di conciliare molti dei principi ispiratori del nuovo “sovranismo” con la definizione di sovranità contenuta nella nostra Costituzione per la quale «la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Tale dizione non pare essere coerente con un modello politico dove l’elezione diretta è il principio pressoché esclusivo di qualsiasi legittimità dell’esercizio dei poteri. Come è stato sottolineato da vari osservatori, non possono esistere una sovranità popolare “assoluta” né una concezione della legalità che non abbia un rigoroso fondamento costituzionale; dunque la questione della compatibilità tra sovranismo e sovranità risulta assai rilevante, ma neppure in questo caso esiste un dibattito che abbia, appunto, un rilievo costituente.
Come è possibile, allora, che aspetti così significativi come le autonomie, le Provincie, la sovranità possano non assumere il peso dovuto nel dibattito pubblico, pur essendo decisivi per l’essenza stessa dello Stato italiano? Forse perché tendono a finire nel magma caotico e gridato degli slogan, capace di sommergere gli spazi della narrazione collettiva, e a essere ricondotti a feroci, quanto inconsistenti, schermaglie perennemente elettoralistiche dove il consenso deve essere rinnovato ogni giorno con nuovi e più abbaglianti messaggi a lettere maiuscole. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
