La manifestazione
«Noi esclusi dal processo aspettiamo ancora giustizia»
Loretta Barbisan ricorda i giorni di ricovero del marito nel reparto di rianimazione «Tanti dubbi sulla morte, quella donna non mi convince»
ROSIGNANO. Marco Fantozzi – per gli investigatori – era inizialmente la vittima numero del piano criminale di Fausta Bonino: deceduto il 19 gennaio 2014 all’ospedale di Piombino. «Ora, a distanza di cinque anni – dice la moglie Loretta dalla sua casa di Rosignano – siamo stati esclusi dal processo all’infermiera e aspettiamo ancora giustizia. Ieri – prosegue – mio nipote ha visto la foto del nonno sul Tirreno e quella ferita si è riaperta, soprattutto per quello che non è stato fatto».
Il caso del marito, infatti, è stato archiviato alla fine dello scorso anno e la famiglia Fantozzi adesso attende l’inizio del dibattimento a carico del primario del reperto di rianimazione di Villamarina – accusato di omicidio colposo per non aver vigilato sulla salute dei pazienti – che inizierà a settembre. «Ci costituiremo parte civile contro l’Asl – aggiunge la vedova – perché sulla morte di Marco ho ancora tantissimi dubbi: il mercoledì dopo la crisi respiratoria e il coma farmacologico si era risvegliato, sembrava stesse meglio, invece la domenica alle cinque mi hanno chiamato per dirmi che era morto».
Venerdì Loretta e la figlia sono passate comunque dal tribunale di Livorno per seguire il processo all’infermiera. «Il nostro cuore in questi giorni scoppiava – ripete – perché non ritengo giusto che altre persone siano state scartate senza essere riesumate. La sentenza? Sono contenta e se devo dire la mia credo che sia colpevole, la sua faccia non mi è mai piaciuta. La cosa triste è che nonostante la condannata le persone che ha ucciso non saranno restituite ai propri cari».
La memoria di Loretta torna ai giorni del ricovero del marito, per una vita centralinista in ospedale. «Figuriamoci che Marco è finito a Piombino per un caso: non c’era posto né a Livorno né a Cecina e così è stato trasferito a Villamarina. Della Bonino – ammette – non ho ricordi, anche perché noi familiari ci facevano entrare solo ad orari prestabiliti. Certo è che il reperto non mi ha fatto un bella impressione: è tutto aperto e ognuno può fare quello che gli pare». —
F.L.
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