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Salvini veste divise a marchio toscano (fatte in Romania): "Basta, cambiamo le gare"

Mario Neri
Salvini veste divise a marchio toscano (fatte in Romania): "Basta, cambiamo le gare"

Le uniformi che il sovranista indossa con orgoglio patrio sono di una ditta di Montecatini che esternalizza la produzione e paga gli operai 290 euro al mese 

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LIVORNO. Ormai non c’è volta in cui vada, venga, vinca, veda gente e faccia cose senza indossarne una. Che faccia il poliziotto o il maresciallo d’Italia, ormai perfino la figlia è confusa sul ruolo del ministro-divisa quasi quanto Luigi Di Maio e Giuseppe Conte in questi giorni di crisi libica, ma una cosa l’ha capita, almeno lei: papà è il capo della polizia, anzi no dell’Arma, ma che diciamo, dell’esercito tutto, suvvia dell’Italia intera. E allora, in questa teatralizzazione un po’ truce del potere, sembra quasi una nemesi buffa questa toccata in sorte a Matteo Salvini.

No, non ridete, non è uno scherzo: il sovranista veste divise dello Stato sovrano ma prodotte in Romania. L’ha scoperto Report. Sì, la trasmissione Rai guidata da Sigfrido Ranucci ci racconta che uniformi, giacconi, tute, giubbotti di tutti – dicasi tutti – i corpi speciali e forze dell’ordine italiani sono confezionati fuori dai confini patri. Appalti milionari vinti da tre aziende italiane che però esternalizzano la produzione all’estero, dove il costo del lavoro – manco a dirlo – è più basso. E una di queste società è la Incom di Montecatini, un gigante del tessile da 340mila capi e 50 milioni di euro di fatturato all’anno che per lo Stato confeziona le uniformi di polizia, finanza e carabinieri. «Sapete dove vengono prodotte le vostre uniformi?», chiede il giornalista nel servizio.

«Sicuramente in Italia», risponde sicuro un poliziotto intervistato alle celebrazioni del 167esimo anniversario della Polizia. Ecco, l’azienda spedisce le materie prime nei capannoni di Focsani, 200 chilometri da Bucarest, dove paga i 1.000 dipendenti 290 euro al mese. E così il leader leghista di questo nuovo Partito della Nazione s’è scoperto il maggiore sponsor della peggiore globalizzazione, insomma poco diverso dagli odiati «globalisti». In pratica ogni volta che sale su un palco e sfoggia chiacchiere e distintivo, è come se dicesse “Prima i romeni”.

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Una settimana fa ai giornalisti ha risposto torvo in volto: «Perfetto, è uno dei motivi per cui cambieremo le regolette europee sui bandi». Sì, perché – precisano dallo staff del ministro – oltre un certo tetto di spesa, le gare sono europee e possono partecipare anche aziende di altri paesi. Singolare che «da altri paesi» corrano le italiane. La Incom di Montecatini è guidata da Lorenzo Nencini. Fino al 2014 era in mano al padre Mario, proprio poche settimane fa condannato a 6 anni per bancarotta insieme a Riccardo Fusi, il costruttore amico di Denis Verdini, padre della nuova fidanzata di Salvini.

Chissà se Di Maio ridarà la dignità per decreto alle forze dell'ordine, magari facendo valere quello già approvato, il quale dovrebbe punire le multinazionali dei «prenditori» di soldi pubblici che fuggono all'estero esigendo da loro la restituzione del malloppo di Stato. Chissà se il sovranista reagirebbe ancora «col sorriso» di fronte al sindacato di base Usb che lo denunciò per «porto abusivo di divisa» o se risponderebbe a colpi di post ai rimbrotti di Saviano che lo accusava di sbandierare «l’orgoglio» patrio riecheggiando derive dittatoriali o da «socialismo reale» con i loro caudillos (Stalin, Fidel, Gheddafi ecc.) abituati a fare della divisa una forma di governo: «L’esercito è il popolo, io sono il capo dell’esercito, dunque il conduttore del popolo». Sì, ma quale popolo, i romeni? —

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