Quarrata, la città del mobile orfana dei passati fasti è in cerca di un’identità (con chi è rimasto)
Scippata del primato dal distretto di Forlì e dai brand ha bisogno di ritrovarsi nella produzione e nel commercio
QUARRATA. C’era una volta una strada su cui si affacciavano tanti negozi di mobili. E dietro questa strada c’erano altrettanti piccoli capannoni in cui si producevano divani e poltrone. C’era lo scorniciato, era un divano con il legno a vista, tipica produzione quarratina, che veniva venduto in Inghilterra e in Francia. E c’erano blasonate aziende innovative. Erano le eredi del mobilificio Lenzi, produzione e vendita. Bruciò nel 1968. Ma per anni aveva avuto un grande stand, il più grande, al salone del mobile di Milano. Era proprio al centro della fiera in cui nei giorni scorsi si sono incontrati tutti i più grandi del mondo.
Eravamo negli anni Sessanta e Quarrata, per usare un termine di Massimo Mantellassi, commerciante di mobili ed erede di una delle famiglie che hanno fatto la storia del settore a Quarrata, era una “Gardaland” dell’arredo: chi arredava la casa non poteva prescindere da percorrere quella manciata di chilometri in su e giù per il viale d’accesso alla città, viale Montalbano. Un enorme parco giochi dell’arredamento lungo cui alla domenica allestivano il banco anche i venditori di addormentasocere e brigidini. C’era veramente di tutto. E il meglio.
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Ora la favola è finita. Il viale è una successione di edifici con mostre impolverate e vetrine tappezzate da carta da pacchi. Anche le aziende si sono ridotte e il rumore delle “pistole” degli artigiani tappezzieri si incontra sempre meno lungo le strade del comune. Anno dopo anno, i commercianti hanno ridotto gli spazi di vendita, cedendo i locali vuoti alle grandi firme dell’arredamento che, con il passare degli anni, sempre meno hanno fatto richiesta di accendere le loro insegne.
Il cuore della città, frutto di un progetto-concorso urbanistico internazionale, che aveva abbinato il nome di Quarrata a quelle dei paesi del Nord Europa, dà l’impressione di essere rimasto senza anima.
Le grandi aziende sono sempre meno, sette quelle presenti all’ultima fiera del mobile. Certo, hanno ancora molto da dire, come tra i negozi si trovano i migliori esperti dell’arredamento. Eppure la sensazione negli ultimi 15 anni è quella di una resa. Colpa della globalizzazione che ha colpito al cuore tante settori tipici del made in per quanto riguarda la produzione, delle catene (Ikea, Mondo Convenienza, Divani&Divani) per il commercio.
Ma solo questo?
«Quarrata ha pagato degli errori fatti dai propri imprenditori negli anni passati», commenta Claudio Bonfanti, titolare di un’azienda di gomma espansa per mobili imbottiti. «Quando Quarrata era il punto di riferimento del settore i grandi designer vennero mandati via a pesci in faccia. Si ritenne che non aveva senso pagarli così tanto, meglio costruire mobili da soli: questo però ci ha lasciati senza identità. Quando il mercato ha richiesto nuovi modelli non è rimasto che cercare punti di riferimento altrove, nei distretti in cui si sono insedieti i grandi gruppi come Forlì e Bari».
Alcune aziende si sono ridimensionate, altre sono crollate sotto il piccone della concorrenza di quei paesi in cui la manodopera costa meno. Gli artigiani sono arrivati pian piano alla pensione, hanno chiusole “botteghe” e chi è rimasto, spesso, lavora per aziende che non hanno qui la loro sede. E’ il caso di Roberto Trinci, 57 anni, tappezziere da 37, magazzino sotto casa e una produzione contoterzi di pochi divani. «C’è stata una moria di piccole aziende: eravamo più di 250 artigiani, ora siamo una trentina. Io ho avuto la fortuna di lavorare con imprese che hanno avuto un target medio alto, puntato sulla qualità del servizio. Sono rimasto un vecchio artigiano, non mi sono voluto ingrandire e quando qui falliva un’azienda alla settimana, già lavoravo per aziende non della zona».
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Aver scelto di ballare fuori dal branco ha salvato alcuni dei piccoli ma anche i grandi. Parliamo di Formitalia, già 20 anni fa, un’impresa non omologata. «Oggi Quarrata è l’ombra di se stessa”, racconta Gianni Overi. “Ci sono un decimo delle aziende. Noi siamo un’azienda relativamente giovane e per questo quando aprimmo, non potendo contare su contatti forti, dovemmo orientarci su mercati diversi rispetto a quelli - Francia e Inghilterra – con cui lavoravano i nostri colleghi. Ci concentrammo sulla Cina, quando ancora non c’era nessuno, e sulla Russia. Decidemmo di abbinare i nostri prodotti a marchi noti come ad esempio Lamborghini e Mercedes. Partimmo con l’Australia perché non ci andava nessuno. A Quarrata invece furono cacciati nomi altisonanti: fu detto di no anche alla produzione di Ikea, ritenendo che non facesse la qualità per cui eravamo conosciuti».
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Quarrata ha pagato la sua miopia. Aveva le fabbriche e i negozi che delle fabbriche erano il biglietto da visita per il mercato interno. «Non facciamo di tutte l’erba un fascio», commenta Mantellassi. «Abbiamo perso il vantaggio competitivo e non ha caso, io cinquantenne, sono tra i più giovani commercianti di mobili. Ma ci sono ancora belle realtà, persone competenti. Non siamo stati aiutati a riciclare i grandi spazi espositivi e ora la città ne paga le conseguenze».
Si è perso smalto. Ma la voglia di ripartire ci sarebbe. A partire da «sette realtà innovative che erano al salone del mobile» riferisce il sindaco Marco Mazzanti. E da un nuovo modo di comunicarsi. Magari dismettendo, almeno su viale Montalbano, quella sensazione di abbandono ridisegnando la città. Che sembra indossare abiti-spazi troppo grandi per la sua attuale taglia. —
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