Finanza
Se il sovranismo ignora l’economia
Si parla spesso di “sovranismo”, individuandolo come la visione politica che sta riscuotendo maggiori consensi in diverse realtà in giro per il mondo e in particolare in Europa. Si tende ad avvicinarlo all’idea di un rafforzamento dello Stato-Nazione di matrice otto-novecentesca e, più in generale, alla tradizione del nazionalismo che fondava sull’identità nazionale il senso di appartenenza alla cittadinanza. Per molti aspetti, però, l’attuale sovranismo si distingue dai nazionalismi passati e dal patrimonio simbolico e istituzionale degli Stati nazionali.
1) I sovranisti si considerano dei “controrivoluzionari” che hanno il loro principale bersaglio polemico nella “rivoluzione liberale e liberista” nata nel mondo e nel Vecchio Continente dagli anni Ottanta; sono i più feroci critici della globalizzazione, della finanziarizzazione e dei vari effetti generati appunto dall’ondata liberista. È singolare che forze di evidente matrice conservatrice, che condividono molto dell’impianto della reaganomics in materia di riduzione del fisco e di alleggerimento del peso della burocrazia, individuino nella globalizzazione, avviatasi in quella fase per iniziativa proprio dei governi conservatori di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, l’origine di tutti i mali. Trump ha molti tratti in comune con l’America reaganiana ma attribuisce al mercato globale, apertosi in quella fase, le colpe delle difficoltà a stelle e strisce. In Europa, i brexiters amano la Thatcher, convinta fautrice della finanziarizzazione, mentre nei paesi continentali i sovranisti declinano la nefasta globalizzazione solo in chiave progressista: è stata l’Europa delle burocrazie, lasciate spadroneggiare dalle Sinistre “buoniste”, a demolire le singole economie nazionali. Così, i sovranisti polacchi e ungheresi possono dialogare con i duri britannici del no deal. La controrivoluzione, conservatrice, no global e antiliberale, in grado di tenere insieme molte contraddizioni in nome dell’ interesse del popolo, rappresenta dunque un elemento di novità forte rispetto al passato dei nazionalismi.
2) Proprio l’appello costante allo “spirito del popolo” è il dato fondante del nuovo sovranismo che individua nell’elezione diretta la fonte di legittimazione di qualsiasi potere. Perde di significato ogni ipotesi di ingegneria istituzionale e di organizzazione costituzionale, tanto care invece ai sostenitori dello Stato-nazione. Il popolo è un’entità organica, che si esprime prima di tutto sulla rete dei social e non vuole filtri di rappresentanza per le proprie passioni, rabbie e ambizioni; la mediazione istituzionale, la rappresentanza dotata di autonomia rispetto al “popolo degli elettori” costituiscono strumenti di prevaricazione artificiale delle élites nei confronti della sovranità popolare. Per i sovranisti sono da bandire la divisione dei poteri che preveda “corpi” non eletti e la dimensione parlamentare, intesa come sede di discussione e di approfondimento dei temi politici ed economici, le cui soluzioni non possono distaccarsi dagli slogan lanciati nelle perenni campagne elettorali. Per i sovranisti non serve la rappresentanza, ma la rappresentazione, la perfetta aderenza del leader alle istanze popolari: il leader deve essere a immagine e somiglianza dello spirito del popolo, senza altre sovrastrutture.
3) Per dare forza a questa costruzione della politica popolare priva di un sistema istituzionale di una qualche rilevanza occorrono due ulteriori condizioni. La prima è costituita dall’insistenza sul tema dell’ordine e della sicurezza, più accentuata rispetto ai nazionalismi del passato che riservavano alla politica estera un peso ben più rilevante nei confronti delle strategie interne di ordine pubblico. Se compito dello Stato è garantire ordine e sicurezza, il suo asse portante saranno le forze dell’ordine, le forze armate e le strutture volte a ridurre il disagio sociale dei cittadini “nazionali”, con il conseguente effetto di una minore attenzione anche alle questioni economiche in quanto tali, ritenute materia da élites, riconducibili, comunque, al perimetro della tanto aborrita rivoluzione liberale e liberista: l’economia, per il sovranismo, possiede germi di natura antipopolare. La seconda condizione è rappresentata dalla centralità nel linguaggio sovranista della tradizione, del ritorno a un passato “felice” in cui il sentimento religioso popolare, assai più della Chiesa come istituzione e quindi come élite, trova ampio spazio. Lo spirito popolare che si esprime con il voto e con la celebrazione della tradizione, consacra i propri leader, che non sono guide, ma fedeli e pedissequi interpreti di una “religione” della maggioranza, ben poco disponibile verso le minoranze “infedeli”. Davvero, il sovranismo risulta una novità rispetto a gran parte del lessico politico conosciuto.
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