Reddito di cittadinanza, la Toscana al nono posto con 36mila domande
Il presidente delle Acli toscane Giacomo Martelli commenta il dato: "Si tratta di numeri che disegnano una verità parziale, ma non siamo più terra felix"
FIRENZE. "Alcune luci e molte ombre. Se analizziamo i dati pubblicati dal ministero non possono che emergere elementi di forte preoccupazione". Così il presidente delle Acli della Toscana Giacomo Martelli, in una nota, spiega i numeri relativi al Reddito di cittadinanza in Toscana resi noti dal ministero del Lavoro. "Come Toscana con 35.653 domande raccolte sia online, sia alle Poste sia ai Caf, siamo la nona Regione d'Italia", prosegue. "Ci precedono in questa classifica delle domande Campania, Sicilia, Lazio, Puglia, Lombardia, Calabria, Piemonte e Sardegna. E ci seguono Emilia Romagna, Veneto, Abruzzo, Liguria, Marche, Friuli, Basilicata, Umbria, Molise, Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta. Insomma stiamo a metà strada, nel mezzo fra realtà dove le richieste di sussidio sono cospicue anche per l'alto numero degli abitanti oltrechè per la situazione economica, e realtà dove i residenti sono meno e la realtà economica non disastrosa".
"È equilibrata anche la distinzione fra uomini e donne: delle domande più di 20mila sono state presentate da cittadini toscani e circa 15mila da cittadine toscane. Un dato - aggiunge - che invece in controtendenza rispetto a quello nazionale che vede prevalere le richieste fatte da donne su quelle degli uomini".
"Si tratta di numeri che a nostro avviso disegnano una verità parziale della situazione economica e sociale della Toscana che non è più da tempo Terra Felix. Infatti, se da una parte è un elemento positivo che siano state stanziate tante risorse per una misura di sostegno a chi ne ha bisogno, dall'altra anche questi numeri ci confermano le nostre preoccupazione - conclude Martelli - su uno strumento che mischia logiche di aiuto a logiche di politiche attive del lavoro. E soprattutto non ci tolgono il dubbio che alla fine si corra il rischio di non aiutare tutti quelli che ne hanno bisogno, piuttosto che di condurre verso una occupazione stabile e di qualit chi senza un lavoro o ne ha uno instabile e precario. Per essere poi una misura di politica attiva destinata ad aumentare l'occupazione, colpisce lo scarso numero di giovani coinvolti che contrasta con l'alto numero di giovani disoccupati"
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