Il Tirreno

Toscana

Kato restituì la voglia di mangiare a Luigi Polpetta sa muoversi in rianimazione

Maria Lardara
Kato restituì la voglia di mangiare a Luigi Polpetta sa muoversi in rianimazione

Labrador, Golden retriever o meticci al Meyer sono i grandi aiutanti degli specialisti 

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Camici a 4 zampe

Lo vestirono con le sovrascarpe e il camice bianco. Senza non si entra in rianimazione. Lì per lì Kato sembrava un labrador un po’ buffo che fece sorridere il professor Paolo Busoni, all’epoca primario della rianimazione del Meyer. Bisognava tentare un “esperimento”. Un bimbo di 7 anni, Luigi, era paralizzato su un letto del reparto di rianimazione. Era molto giù, non mangiava. Aveva chiuso le porte con il mondo. Luigi era arrivato all’ospedale di Firenze dopo un grave incidente stradale. Era il 18 settembre del 2002. Per Luigi (che oggi ha 24 anni) Kato è stato una medicina scodinzolante. Il miracolo che lo fece tornare a mangiare. Kato si fece accarezzare, tra un biscottino e un altro. Dieci minuti di coccole che hanno fatto assaporare il ritorno alla normalità in Luigi che in casa aveva già un cane. Il bambino tornò a sorridere e a mangiare, proprio come Kato che in quel momento stava sgranocchiando un biscotto. In quel doloroso, indispensabile, momento di cura, il cane era parte integrante della terapia: Kato faceva parte della prima pattuglia a quattro zampe di Antropozoa, l’associazione che da quasi 20 anni, grazie al sostegno della Fondazione, lavora al Meyer con la pet therapy. Muffin, Budino, Malì, Galileo e Polpetta sono più molto più che dei cani (meticci, labrador e golden retriever): non indossano un camice bianco (tranne quando entrano in rianimazione) ma sono veri e propri operatori sanitari. Entrano abitualmente al Meyer, girano nei reparti quattro volte alla settimana, alcuni fra i più delicati: rianimazione, neurochirurgia, oncoematologia, odontostomatologia. Alle visite in corsia si aggiungono quelle programmate in base alle richieste dei medici. «La pet therapy al Meyer – spiega Francesca Mugnai, presidente di Antropozoa in procinto di aprire un centro di ricerca specializzato in provincia di Arezzo - è un’attività unica e strutturata che rientra in un protocollo d’accoglienza del bimbo che va al di là dell’aspetto ludico. Fa parte del percorso terapeutico e di accompagnamento del bimbo nella sua degenza».

Lo scambio fra operatori sanitari e del Meyer e quelli di Antropozoa è reciproco per dare un vero servizio ai pazienti e alle loro famiglie. Ogni cane ha la sua “specializzazione” in base all’indole. Budino, ad esempio, dà il meglio di sé in odontostomatologia: se non arriva lui, alcuni bimbi ansiosi non si fanno toccare la bocca. Galileo è molto curioso e fa sorridere i ricoverati più grandicelli, Polpetta invece sa come muoversi in rianimazione. A chiedere di lei fu un paziente oncologico. Chiese di quella cagnolina al risveglio dopo un delicato intervento. Perché non basta far entrare un cane in corsia: servono sensibilità e rispetto del dolore. Laura Vagnoli, psicologa pediatrica del Meyer, fa notare che «gli operatori hanno la capacità di trovare una chiave relazionale fra l’animale e il bambino in modo che la pet therapy diventi parte integrante del percorso di cura». Ogni anno, circa 4mila bambini del Meyer vengono affidati alle cure di dottor Fido. —

Maria Lardara

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di Redazione web