Sicurezza
Bimba rapita, la madre al processo «Temevo me la volessero togliere»
La portò via prima dell’intervento salvavita al Meyer: «Mio marito era violento, la affidarono ai servizi»
Da complici nella fuga a nemici in tribunale. Da marito e moglie per lo Stato, a imputato e testimone chiave per la Giustizia. Sembrano due storie diverse e lontanissime quelle raccontate nell’aula del tribunale di Livorno dai genitori che l’estate scorsa «hanno sequestrato la figlia di quattro mesi gravemente malata portandola dall’Elba a Parigi nonostante un provvedimento del giudice». Ed evitando così che fosse sottoposta a un intervento programmato per il 24 luglio al Meyer di Firenze mettendo a rischio la salute della piccola che oggi – per fortuna – sta bene.
Ma nelle lunghe deposizione che ripercorrono la fuga – assurda e pericolosa della madre (28 anni elbana che ha patteggiato due anni e otto mesi per la medesima vicenda) – sono emersi altri particolari inquietanti: due gravidanze finite male, un registratore sistemato nella casa della coppia dalla madre della donna, dieci lettere d’amore spedite al marito durante i mesi in carcere. E soprattutto le presunte violenze e vessazioni che l’uomo (ha negato ogni accusa) avrebbe compiuto ai danni della donna. «Una volta mi ha minacciato con un coltello – ha raccontato – un’altra mi ha preso per i capelli, mi ha buttato giù la testa e mi ha fatto la pipì nei capelli. Quando ero incinta mi ha picchiata due volte con calci e pugni. E dalla nascita della bambina è stato anche peggio: era geloso e per non farmi uscire toglieva anche le ruote del passeggino Perché non l’ho denunciato? Non avevo il coraggio, il nostro era un amore malato ma l’ho capito solo quando ci hanno arrestati».
Il giorno attorno a cui ruota l’esito del processo, è il 18 luglio scorso quando i carabinieri si presentano a casa della ventottenne per notificarle l’affidamento ai servizi sociali.
«Ho temuto che mi portassero via la bambina e ho perso la testa», va avanti. È qui che inizia la fuga, seconda la pubblico ministero Ezia Mancusi organizzata dall’imputato. «Ho chiamato mio marito che era in Marocco, mi ha detto di prendere un coltello e mandare via tutti. Non sapevamo cosa fare: mi disse di andare in Francia perché la sua famiglia ci avrebbe aiutato. Sono partita il giorno dopo con la nave delle due da Rio Marina diretta a Nizza a bordo di una Twingo. Eravamo io e la bambina. Dovevamo trovarci lì e poi andare a Parigi. A metà del viaggio non avevo più credito sul cellulare e mi sono fermata. Avevo anche problemi all’auto: le ruote si sgonfiavano e il motore perdeva acqua. Cercai di cambiare le gomme. Andai in una officina e mi chiesero 200 euro, ma non ce li avevo. Alla fine ne misi due usate perché una me la regalarono».
L’arrivo a Marsiglia la sera stessa. «Mi venne a prendere un cugino di mio marito e il giorno dopo siamo partite in treno per Parigi. Lui è arrivato due gironi dopo». Da questo momento in poi oltre un mese di latitanza prima dell’arresto. «Alla bimba non è mai mancato niente. Avevamo anche preso appuntamento in una clinica pediatrica per farla operare in Francia», conclude. —
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