Lutto
La (ri)conversione di Enrico Rossi: «Voterò per il Pd Rientrare? Chissà»
Il presidente della Regione dà l’addio alla galassia scissionista di Mdp. Parrini: prende atto di un fallimento, chieda scusa ai militanti
FIRENZE. Torno, non torno. Vorrei farlo, ma non è questo il giorno. Per ora Enrico Rossi si limita a postare il simbolo del Pd appena inaugurato da Nicola Zingaretti per le Europee e ad annunciare di volerci mettere la croce su quel tondo con l’icona dei Dem, in calce l’intuizione europeista dell’ex ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda e di lato, piccolo piccolo, il logo del Partito socialista europeo. Insomma, da scissionista il governatore toscano che a febbraio 2017 lasciò la “ditta” annunciando al Testaccio la nascita di Mdp insieme a Roberto Speranza, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, ora si fa tessitore e ufficializza il suo rientro nell’orbita del progetto dem e di voler sostenere il Pd nella corsa verso Bruxelles e alle prossime amministrative.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, dice Rossi, «e Zingaretti non è Renzi», cioè il bug blairiano che aveva convinto lui e la ridotta giaguara a lasciare. «Io sarò lì - posta ora il governatore - a fare la mia battaglia come uomo della sinistra socialista, con spirito inclusivo e intento ricostruttivo. C’è la lista unitaria e il simbolo che riconosce il ruolo del Pd ma aprendosi, con “Siamo europei”, come anche io avevo sostenuto, alle forze civiche, liberali, ai progressisti, ad associazioni cattoliche. C’è anche un richiamo al socialismo e ai socialisti e democratici europei, l’area a cui appartengo, non solo idealmente, ma anche come presidente di regione».
Insomma Rossi si (ri)converte al campo largo inaugurato dal nuovo capo del Nazareno, con cui l’asse dem è tornato a sinistra. Altre soluzioni, «tipo confinarsi nell’estremismo come vuol fare chi pensa di allearsi con Potere al popolo, non funzioneranno», ammette al Tirreno, «non c’è alternativa, se non a rischio di settarismo e di dispersione del voto». Questo, precisa, «non significa che io rientri nel Pd. Adesso ciò che conta è la lotta comune contro i nazional-populisti. Il 4 marzo ci ha consegnato un Paese per il 60% in mano alla peggiore destra. Dobbiamo costruire un argine. E Zingaretti ha dato il segno di un Pd che non si rinchiude nella boria e nell’autosufficienza». Tradotto: è il rovescio di Renzi. Ma ammette: «Se poi fra i dem si aprisse una discussione sulla costruzione di un’area socialista all’interno io darò il mio contributo. Vedremo».
Ogni cosa a suo tempo, confida da settimane il governatore ai collaboratori, ai quali ripete il verso di un’antica elegia greca. «Come Archiloco di Paro, bevo appoggiato alla lancia fino al 2020». Come il soldato-poeta del VII secolo a.c. guarda l’orizzonte, pronto a tornare in battaglia. «Resto in Regione fino a scadenza», conferma. L’idea di rientrare in realtà non è un exploit: Rossi ci riflette da mesi, ma le Europee saranno uno spartiacque decisivo per il futuro del centrosinistra. Non è un caso che perfino Zingaretti si sia spinto a dire di «non escludere» di cambiare nome al partito. Per ora il presidente si metterà di fianco, senza badare al Dna politico di provenienza. È stato il primo big a fare campagna per Luca Salvetti a Livorno e «la farò anche per Nardella e Biffoni».
Certo la sua uscita fa riaffiorare ruggini e ribollire antichi scazzi. L’ex segretario toscano, il renzianissimo Dario Parrini, va all’attacco. «Rossi ci comunica che voterà Pd. Bene. Anzi, molto bene» anche perché «essendo stato tra gli artefici della scissione», la sua scelta «è un'autorevole presa d'atto del fallimento di un progetto di disgregazione della sinistra di governo che ha favorito Lega e M5S e che in migliaia di militanti e volontari del Pd ha suscitato amarezza, rabbia e dolore. So che quelle persone apprezzerebbero almeno una parola di scuse», ha battuto, velenosetto, il suo post il senatore di Vinci, apprezzando, si fa per dire, il fatto che non sia una scelta «opportunistica» e di non chiedere «posti o candidature». In realtà, non è la prima ammissione di Rossi. Subito dopo il 4 marzo parlò di LeU come di una esperienza «fallita». «La scissione è stata un errore - ripete ora- La giustizia sociale si difende meglio in un campo largo che in uno spazio ristretto. Questa è la lezione che ci ha dato il popolo di sinistra con il voto del 4 marzo. Sarebbe un errore terribile non averla imparata, a sinistra del Pd un altro partito non avrebbe sviluppo se non l’ambizione di arrivare all’1%». —
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