Il Tirreno

Toscana

L’Aquila, città sfinita dopo il terremoto. Il centro rinasce ma la periferia soffre

Giustino Parisse
L’Aquila, città sfinita dopo il terremoto. Il centro rinasce ma la periferia soffre

2009-2019. Il decimo anniversario della tragedia in Abruzzo Il bilancio della ricostruzione presenta ancora molti punti critici 

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L'AQUILA. Se nei giorni del decennale del terremoto del 6 aprile 2009 qualcuno in tv o sui giornali vi dirà che L’Aquila è stata ricostruita e che va tutto bene, non credetegli, perché, semplicemente, non è vero.

D’altro canto sarebbe sbagliato anche affermare che in questi anni non è stato fatto nulla. Per semplificare: finora tra la prima emergenza e l’avvio della ricostruzione sono stati spesi (o comunque impegnati) circa 15 miliardi di euro. Per completare i lavori edilizi è probabile che ce ne vogliano almeno altri 10.

Chi arriva oggi all’Aquila vede una periferia sterminata che va dalla frazione di San Vittorino al borgo di San Gregorio. Oltre trenta chilometri di una precaria confusione. L’ampia zona fuori le mura è stata rifatta quasi tutta nei 5-6 anni che sono seguiti al sisma. Ma si è pensato solo alle case, nessun ridisegno urbanistico o riqualificazione degna di questo nome. La periferia è stata inoltre appesantita dai 19 piani case (i palazzoni post sisma che ancora ospitano più di diecimila persone), dalle casette (che da queste parti si chiamano map, moduli abitativi provvisori, con dentro altre migliaia di cittadini) e da tante mini residenze autoprodotte e sorte un po’ ovunque. Inciso: i cosiddetti piani case voluti con forza dall’allora premier Berlusconi non sono tutti agibili. Alcuni sono stati sigillati dopo il crollo di una decina di balconi di legno che, nel tempo, si sono deteriorati a causa dell’umidità e delle forti escursioni termiche.

Poi ci sono i centri storici. Quello dell’Aquila è rinato per almeno il 60 per cento e gli ottimisti dicono che nel giro di 4 o 5 anni sarà completato. Chi si fa una passeggiata lungo il cosiddetto asse centrale (Villa comunale, corso Federico II, corso Vittorio Emanuele, Fontana luminosa) vede bellissimi palazzi privati ognuno dei quali ha avuto un finanziamento, in media, di 8-10 milioni di euro con punte che sono arrivate a 28 milioni. Ma nel cuore della città di gente se ne vede poca. I coraggiosi commercianti che sono tornati fra le mura qualche giorno fa sono scesi in piazza perché, hanno detto, è come se lavorassero nel deserto. La politica locale (tra l’altro il sindaco di centrodestra Pierluigi Biondi ha fatto i capricci e a metà marzo si è dimesso gridando al governo cattivo salvo poi ripensarci alla soglia dei venti giorni che la legge gli concede) ha farfugliato qualche promessa che sa bene non potrà mantenere. È la spia che l’economia locale già in affanno prima del terremoto oggi è in agonia. I benpensanti aquilani hanno gridato allo scandalo perché una ristoratrice, Marzia Buzzanca, ha deciso di andarsene dall’Aquila definendola una “città sfinita”.

Le colonne che ancora sostengono i redditi sono le aziende del polo farmaceutico, alcune del settore aerospaziale e poi l’Università, i laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso, il Gran Sasso Science Institute, l’Asl, gli uffici pubblici, micro attività ricettive. Non bastano però a dare fiducia alle nuove generazioni che sempre più guardano verso altre mete. Oggi il rischio maggiore è il disamore e la rassegnazione.

Dieci anni sono lunghi. La speranza, appena superato lo choc delle 3,32, era riposta in una ricostruzione spedita e sul fatto che i tanti miliardi in arrivo potessero essere benzina per riavviare la macchina e mandarla a pieni giri. In realtà, come spesso accade nei dopo catastrofe, c’è chi si è arricchito (pochi) e chi riesce a stento a mettere insieme pranzo e cena.

Nel centro storico del capoluogo qualcosa da vedere c’è. Sono state riaperte, grazie a importanti sponsor, sia la basilica di San Bernardino che quella di Collemaggio dove nell’agosto 1294 fu incoronato papa Celestino V che a dicembre dello stesso anno si dimise. In piazza del mercato c’è la chiesa di Santa Maria del Suffragio costruita dopo il terremoto del 1703, vicino alla Villa comunale ecco il palazzo dell’Emiciclo dove ha sede il consiglio regionale d’Abruzzo che dopo il restauro è di una bellezza abbagliante e poi palazzo Camponeschi la sede del rettorato. Sono le luci in un panorama di ombre: la cattedrale di San Massimo, per esempio, è ancora nelle condizioni in cui l’ha ridotta il sisma, l’abbandono ha causato danni ulteriori. Il grande nodo irrisolto è la ricostruzione pubblica. Molti edifici istituzionali sono ancora inagibili. Le cause? Norme farraginose, burocrazia, procedure che inciampano in mille ricorsi amministrativi. E poi anche una certa disattenzione verso ciò che è di tutti e che quindi viene sempre dopo le “cose nostre”. Appena fuori città, in direzione est, ci sono le frazioni più colpite: Tempera, Paganica, San Gregorio, Monticchio, Bagno, Bazzano, Onna. Qui la situazione se non è all’anno zero poco ci manca. Un solo esempio, quello a me più vicino: a Onna su 21 cantieri potenziali ne sono stati aperti appena sei ed era una delle frazioni prioritarie secondo il cronoprogramma del Comune. Una sola famiglia delle 80 che abitavano nel centro storico il 5 aprile 2009 è rientrata a casa. I paesi che fanno da corolla alla città (sono più di 50) dovranno attendere forse altri 10 anni per riprendere almeno la forma ante 2009. A quel punto scatterà un’altra emergenza: farli tornare delle comunità vitali animate dalla loro storia, dalle loro tradizioni, dal senso di appartenenza. C’è poi la mia vicenda triste. La casa che la notte del 6 aprile del 2009 è crollata portandosi via la saggezza contadina di mio padre Domenico di 74 anni e spegnendo i sogni di mia figlia Maria Paola di 16 anni e di mio figlio Domenico di 18 anni, non è stata ancora ricostruita. Dove un tempo c’era la mia cucina ora è nata spontaneamente e cresciuta una pianta di acacia (la Robinia pseudoacacia).

È il simbolo di come si vive con un dolore che ogni secondo squarcia l’anima.

Nella buona stagione spuntano fiori bianchi: sono i miei figli che mi hanno regalato un tratto di vita indimenticabile. Quei fiori però durano poco. Resta il tronco da cui partono rami pieni di spine. In quelle spine io e mia moglie Dina inciampiamo ogni giorno, ci facciamo male e poi guardiamo intorno all’albero cercando, nel deserto dell’anima, l’oasi dove c’erano i sorrisi di due splendidi ragazzi. Ma l’oasi non c’è più. L’acacia però cresce. La vita resiste anche in un luogo di morte.
 

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