Il Tirreno

Toscana

strage di viareggio 

«La condanna di Moretti era obiettivo da centrare per forza»

Donatella Francesconi
«La condanna di Moretti era obiettivo da centrare per forza»

Firenze, in appello la difesa dell’ex ad di Ferrovie punta l’indice contro la sentenza  di 1°grado: «Ora assolvetelo. Ma posso chiedere la pena che aggrada al pubblico»

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Udienza numero ventisei per il processo al disastro ferroviario di Viareggio - 29 giugno 2009, 32 morti - nell’aula 32 del Palazzo di giustizia di Firenze, terza sezione della Corte d’Appello. Poco dopo le 14 prende la parola Armando D’Apote, avvocato del Foro di Bologna, difensore di Mauro Moretti, all’epoca dei fatti amministratore delegato di Ferrovie, condannato in primo grado a 7 anni per lo stesso ruolo ricoperto precedentemente in Rete ferroviaria italiana. «Dovrebbe passare in prigione gli ultimi anni di attività della sua vita», sono le parole del difensore di fronte alla presidente della Corte, Paola Masi (presidente), Anna Favi e Giovanni Perini, indicando lo stesso Moretti seduto vicino a lui: «Anni che avrebbero potuto essere meglio impiegati dallo Stato che ha utilizzato questo suo servitore per cose di altissimo livello. Non dimentichiamoci il ruolo in Finmeccanica, dove Moretti stava facendo benissimo». Moretti, continua D’Apote, «andrebbe in prigione per non avere fatto cosa? Per non avere suggerito, ordinato, di disporre una generalizzata riduzione della velocità del trasporto merci pericolose, praticamente in tutta Italia vista la forte urbanizzazione, in modo anarchico rispetto all'Europa?».

Il difensore dell’ex manager di Ferrovie non ha risparmiato i toni duri nei confronti della Procura di Lucca che per tre lunghi anni ha lavorato alle indagini sul disastro ferroviario: «Vi era forse il timore di apparire meno abili se si scoprivano degli innocenti? Vi era il timore di volgere contro di sé le grida della folla se questa fosse stata non ascoltata?». Perché la tesi di Ferrovie, da dieci anni a questa parte, è sempre la stessa: «Quello della condanna di Moretti era un obiettivo che si doveva raggiungere facendo qualche sforzo interpretativo, o spingendo su qualche apparente ambiguità normativa». Sull’onda «della campagna eccezionale» mediatica e di mobilitazione di una intera città.

Così che «la causa della tragedia si imputa allo sfascio delle ferrovie italiane. E questo processo è diventato un'inchiesta sul mondo ferroviario italiano».

Inchiesta che non doveva e non deve essere, a detta del difensore storico di Fs: «Non possono non essere da censurare la supponenza della accusa, prima, e della sentenza (di primo grado, Tribunale di Lucca, ndr) dopo». Supponenza che si concretizza «nel volere implementare soluzioni tecniche in un settore che vanta oltre 150 di esperienze, approfondimenti normativi, analisi, di analisi delle soluzioni tecniche sicure e del loro costante aggiornamento».

In tutto questo mondo tre anni di indagini, un incidente probatorio, un’udienza preliminare, tre anni di dibattimento di primo grado, e 26 udienze di processo d’appello, hanno ficcato il naso.

«Chiedo che l’imputato sia assolto», ha dichiarato l’avvocato D’Apote nel concludere la difesa di Moretti in qualità di ex manager di Ferrovie. Al brusio che si è levato dalla sedie occupate dai familiari delle vittime, in fondo all’aula, il difensore ha aggiunto: «Volete che chieda il minimo della pena? Posso adeguarmi ai desiderata del pubblico». —





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