Il dolore
«C’è un killer, ma non è la Bonino» Sette ore per smontare le accuse
L’infermiera accusata di aver ucciso 10 pazienti. L’avvocata: «Prove inutilizzabili». E la sentenza slitta
Su una cosa accusa e difesa sono d’accordo. Tra il settembre 2014 e lo stesso mese dell’anno successivo nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino ha agito un assassino, capace di uccidere dieci pazienti attraverso maxi dosi di anticoagulante, in particolare eparina. La differenza è che per la Procura la responsabile di quelle morti è l’infermiera Fausta Bonino – il pm ha chiesto l’ergastolo – mentre per l’avvocata Cesarina Barghini non esistono prove a suo carico. Anzi. «Tutte le argomentazioni dell’accusa – ha spiegato in uno dei passaggi più forti dell’arringa a porte chiuse dopo la richiesta di abbreviato – si riducono a pettegolezzi e chiacchiere da bar». Nelle quasi sette ore, durante le quali l’avvocata dell’imputata ha ripercorso «la paradossale vicenda giudiziaria», ha anche attaccato la procura spiegando come «gran parte degli atti depositati, a cominciare dagli interrogatori dell’infermiera, ascoltata anche dagli psicologi dei carabinieri, non siano utilizzabili», perché la Bonino è stata sentita come persona informata dei fatti quando era già l’unica sospettata. L’avvocata ha anche mostrato al giudice Marco Sacquegna il risultato delle indagini difensive, svolte durante questi tre anni attraverso interviste a colleghi e amici dell’infermiera.
«Non siamo riusciti a concludere – ha raccontato l’avvocata al termine dell’udienza – poiché c’erano molti profili da trattare. E la parte medico scientifica sarà affrontata nella prossima udienza». La conseguenza è che la sentenza, prevista per il 5 aprile, slitterà. «In ogni caso – prosegue Barghini – la nostra discussione ha asfaltato le tesi dell’accusa. A cominciare dal movente proposto dal pm (problemi nell’ambiente di lavoro, ndr) che è pura fantascienza».
Ciò che la difesa sosterrà nella prossima udienza lo anticipa il consulente dell’infermiera, Aldo Appiani. «Almeno in due casi – spiega – c’è un’impossibilità tecnica di aver somministrato l’eparina al paziente da parte della Bonino. Inoltre in un terzo caso i dati scientifici sono abbastanza chiari nell’indicare che l’eparina sia stata iniettata dopo la fine dell’intervento in sala operatoria, dove l’imputata non aveva accesso. In altri casi, almeno quattro, ci sono forti dubbi che il tempo di somministrazione dell’eparina coincida con la presenza della Bonino».
Ecco perché, secondo il consulente, «ci sono molti elementi per pensare che l’assassino ci sia, sia tutt’ora in giro, sia nascosto e non sia stato stanato dalla Procura. La Bonino – conclude – è stata messa di mezzo, creando un ambiente a lei sfavorevole, con un effetto branco nei confronti di una persona fragile. Come? Con voci messe in giro ad arte, a cui gli investigatori sono andati dietro, invece di guardare in altre direzioni, ad altre persone che avevano moventi migliori».
Uscendo dal tribunale Fausta Bonino risponde alla domanda dei giornalisti: come andrà a finire? «Andrà a finire bene». –
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