Il Tirreno

Toscana

Disastro aereo in Etiopia, il figlio delle vittime toscane: "Avevano l'Africa nel cuore"

Carlo Spini con la moglie e i volontari del centro sanitario di Juba in Sudan
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Carlo Spini con la moglie e i volontari del centro sanitario di Juba in Sudan

Gli aretini Carlo Spini e Gabriella Vigiani, ex medici in ospedale, aiutavano le popolazioni più povere attraverso una ong di Bergamo. Uno dei figli racconta le ore prima della partenza. "Abbiamo scherzato e stavolta ero riuscito a convincire mio padre a prendere un capello adatto"

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AREZZO. II Boeing dell’Ethiopian Airlines precipitato a 60 chilometri da Addis Abeba ha spezzato i sogni di 175 persone e di due toscani grandi amici dell’Africa. Carlo Spini, 75 anni, medico in pensione dal 2002, viveva a Sansepolcro con la moglie, Gabriella Vigiani. Insieme avevano lavorato per molti anni all’ospedale della città aretina, lui come dottore e lei come infermiera ostetrica. E ora condividevano la grande passione per l’Africa e la sua gente, che li spingeva a ideare, proporre e realizzare continuamente nuovi progetti di sviluppo e di assistenza. Per questo, da 17 anni Carlo Spini collaborava attivamente con una organizzazione non governativa di Bergamo, “Africa Tremila”, della quale da circa un anno era divenuto anche presidente.

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A raccontare le ultime ore della coppia in Italia e la loro passione per l'Africa è il figlio Andrea Spini. "Abbiamo anche scherzato con mio padre Carlo prima che con la mamma partissero per l'Africa. 'Laggiù fa caldo, questa volta lo vuoi prendere un cappello adatto?', gli ho detto. È stato al gioco, è venuto a casa mia e ci siamo messi a sceglierne uno e lo ha portato con sè". Così Spini ricorda uno degli ultimi momenti lieti coi genitori prima della loro nuova partenza, sabato, da Sansepolcro. "Questi viaggi erano una routine, il babbo li faceva da 13 anni, la mamma da un po' meno, da quando era andata anche lei in pensione e aveva deciso di accompagnarlo e aiutarlo", racconta. "C'è stato il solito giro di saluti, sabato con chi era in casa qui a Sansepolcro - continua - C'era anche un mio fratello rientrato appena dall'estero dov'era stato per lavoro. Sono partiti dopo pranzo. So che dovevano andare in Sudan per inaugurare un ospedale specializzato nella cura del colera. Lui e gli altri della ong sono molto rigorosi: volevano andare prima dell'apertura della struttura per verificare l'arrivo dei container e che l'allestimento definitivo venisse fatto in modo corretto".

Andrea continua: "Per mio padre andare in Africa per seguire questi progetti, che la ong segue molto sul campo, da vicino e lontano dai riflettori, era diventata una cosa normale, una routine. Sentiva proprio l'esigenza di andare giù. Per far capire: l'anno scorso mentre era in Africa è stato male, ha avuto una febbre tifoidea. È guarito dalla malattia ed è tornato in Italia, ma poi due mesi dopo è ripartito ancora. Non avrebbe mai smesso di andare giù e anche mia madre aveva lo stesso sentimento per l'Africa".

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di Redazione web