Attenzione
Parità e diritti mai raggiunti: non è un Paese per donne
Ecco 8 storie che ci raccontano perché oggi non ci sono (ancora) motivi per festeggiare
Non si può festeggiare l’8 marzo in un Paese dove i femminicidi si giustificano con la gelosia e la “tempesta emotiva”. Non si può festeggiare l’8 marzo dove le donne hanno accesso al lavoro spesso nei posti peggio pagati, a meno di non essere belle. Dove i processi di violenza durano anni, è impossibile controllare uno stalker col braccialetto elettronico, dove una donna morta vale 7200 euro e una viva si può insultare senza conseguenze. In 8 storie raccontiamo che non è un Paese per donne. E non le può celebrare.
Dall'invito allo stupro agli insulti: quando l'odio cammina sui social
Cecilia Robustelli - Esperta di linguaggio di genere
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Prima si chiamavano insulti. E minacce. Ora va di moda definirli "hate speach", i discorsi (o le parole) dell’odio. Forse perché su Facebook, Instagram o Twitter viaggiano più veloci. In comune hanno che contro le donne sono trasversali. Toccano a tutte. La sindaca di Cascina, Susanna Ceccardi - la pasionaria della Lega - propone lo spray al peperoncino? Ecco su Facebook: "Quasi quasi provo a stuprarla, tanto porto gli occhiali". È il 2017. Due anni dopo, a Vinci la consigliera Amalia Chiovaro parla di Foibe e da un profilo Facebook che scompare dopo 24 ore, stesso invito: «Andiamo a stuprarla». Pochi giorni dopo, mentre è a Livorno a cantare Emma Marrone deve ribadire dal palco che «continuerò a dire quello che vuole». Perché un leghista le ha detto che invece di aprire i porti, come suggerito in un altro concerto, dovrebbe aprire le cosce. Insomma, chi non è d’accordo con una donna - e soprattutto con una donna in vista - ha come unico linguaggio quello della violenza. Della minaccia, possibilmente sessista. Anche da chi non te lo aspetteresti mai. Succede, perfino, sulle frequenze Rai. Recente la polemica fra il conduttore di RadioRai2 Fabio Canino (giudice anche di Ballando con le Stelle, programma per famiglie di Rai1) e Cecilia Robustelli, docente, esperta di linguaggio di genere, collaboratrice dell’Accademia della Crusca. Il pomo della discordia: l’utilizzo improprio della parola "sindaco" per indicare la prima cittadina di Ancona, una donna da parte di Canino. Il presentatore, autore, punto sul vivo si fa prendere la mano, il dito (digitale) e la voce virtuale: «Fatevi una vita, non avete altro da fare» e giù insultando. Poi banna tutte le donne che gli propongono osservazioni simili. Scoppia il caso social e il giorno dopo arrivano puntuali le scuse «senza giustificazioni» perché - ammette Canino - non ne ho. Intanto, però, ha dato la stura a una serie di commenti astiosi (per non dire odiosi). E anche sessisti. A conferma che la violenza (anche di genere) ha origini lontane. Parte, appunto, dal linguaggio.
I poliziotti maschi mi hanno fatto piangere ma ora mi rispettano
Rita Sverdigliozzi - Polizia di Stato
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«In Polizia arrivai a 30 anni. E mi buttarono nella fossa dei leoni». No, non è sempre stata così Rita Sverdigliozzi. Non il capo della squadra Mobile che tutti conoscono a Pisa. Tanto per capirsi: due anni fa lo provò sulla sua pelle uno scippatore. Le spaccò il finestrino dell’auto e tentò di rubarle il portafoglio. Lei scese, e lo arrestò immobilizzandolo a terra. Era al primo mese di gravidanza. «Non ci pensai un attimo, fu istinto».Ecco, la fossa fu «la narcotici a Roma, che mi spedirono a coordinare all’inizio della carriera da ispettore». E i leoni «erano i componenti della squadra. Tutti maschi. Avevo vinto il concorso. E lo confesso, fu dura. Erano tutti poliziotti vecchio stampo, che di farsi guidare da una donna non ne volevano sapere. Anzi, lo consideravano un affronto. Ero il capo, ma per mesi nemmeno mi fu data una scrivania, di volta in volta appoggiavo la mia roba su quella dei miei sottoposti. Sopportavo di tutto, commenti sessisti, parolacce, rutti, mi facevano vedere video da maschi. "Devi integrarti", dicevano. Con loro tenevo duro, la sera, in dormitorio, piangevo. Ma seppi reagire. E dopo due anni uno di loro mi chiamò: "Vieni, devi portare via la tua roba". Arrivai in sezione e scoprii che mi avevano creato un ufficio». L’ufficio del capo. In Polizia arriva dopo la laurea in giurisprudenza (la prima di tre), aver fatto la cameriera a Londra, l’avvocato a Roma e la maestra elementare. Ma non si accontenta, e tenta anche il concorso da funzionario. Partecipano migliaia di candidati. Ce la fanno in 10, lei una delle sole tre donne. «Mi spedirono a Verbania, dal sole della capitale al grigiore del lago». E anche lì resiste, diventa perfino commissario, fino a quando, 6 anni fa, le affidano Pisa. «Ma va detto: comando un squadra di quasi tutti maschi, arresto delinquenti e assassini grazie a mia mamma. Se mi trasferissero, lei mi seguirebbe, lei continuerebbe aiutarmi con le mie due bambine. E purtroppo non tutte le donne hanno questa fortuna».
Per lo Stato la vita di mia figlia vale 7.200 euro, una vergogna
Maria Grazia Forli - Mamma di Vanessa, vittima di femminicidio
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A dicembre saranno dieci anni che la sua Vanessa sarà morta. Assassinata a 16 anni dal suo fidanzato condannato a 16 anni di carcere: un anno per ogni anno di vita del suo "sole". Un giudice lo aveva anche condannato a risarcire la famiglia della ragazzina, la mamma, le sorelle per il femminicidio «ma ancora non abbiamo visto un euro». Più che un’accusa, una constatazione quella di Maria Grazia Forli, mamma mutilata.Non è questo, però, che la preoccupa. «Non c’è più nulla che ti tocca quando ti ammazzano una figlia e il suo assassino viene condannato a 16 anni perché gli riconoscono pure le attenuanti. Magari solo perché dopo una notte che ha lasciato il corpo della mia bimba sotto la pioggia le ha messo un giacchetto addosso quando sono arrivati i carabinieri». No, Maria Grazia ha un altro timore. Che lui non paghi e che debba attivare il meccanismo dell’indennizzo di Stato. Un meccanismo drammatico. Doloroso e indecoroso: deve prima dimostrare che l’assassino non è in grado di pagare quanto ordina il tribunale, che non ha «beni da aggredire». Poi deve chiedere l’indennità allo stato: 7.200 euro allo Stato.Questo vale la vita di Vanessa e di qualunque altra vittima di femminicidio. Mentre una vittima di criminalità organizzata, di terrorismo o della Uno bianca vale centinaia di migliaia di euro. Come se fossero più morti delle donne ammazzate dai fidanzati, dai mariti, dagli ex. Così, però, stabilisce il listino della vergogna deliberato nell’estate del 2017 dai ministri Minniti (Interno), Orlando (Giustizia) Padoan (Finanze) su obbligo dell’Unione Europea. Che imponeva all’Italia già sanzionata di indennizzare le vittime di reati violenti, ma non certo di quantificare un femminicidio 7.200 euro o uno stupro 4.800 euro. «Non li chiederò mai quei soldi. Lo Stato se li può anche tenere con la sua vergogna. E la sua ingiustizia. Perché io alla giustizia non credo più». Parola di mamma.
Nel 2019 c'è ancora chi si stupisce perché giochiamo a calcio
Ginevra Costantino - Terzino Florentia
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Gioca nella Nazionale Azzurrine. È terzino della Florentia in serie A e ha idee chiare Ginevra Costantino, ora al Torneo mondiale di Viareggio che, per la prima volta si apre al calcio femminile. «Ma ci sono ancora difficoltà a essere calciatrici oggi: troppi pregiudizi che frenano lo sviluppo di uno sport che non è solo per uomini».La mentalità - dice Ginevra - in Italia «è chiusa: nel 2019 c’è ancora chi si stupisce di una ragazza che gioca a calcio, sottovalutandola perché le donne sono sempre state etichettate come socialmente e fisicamente inferiori agli uomini». Eppure Ginevra Costantino si ritiene fortunata: ha l’appoggio di amici e familiari in un cammino sportivo che considera all’inizio. Ma ha già chiara che «la differenza di trattamento economico tra noi donne e i "colleghi" uomini è abissale. Noi donne, oltre a giocare a calcio, dobbiamo lavorare per vivere. Gli uomini, invece, vivono grazie al calcio. Penso che, a oggi, questa differenza salariale difficilmente potrà essere colmata, anche se sarebbe giusto che fosse così visti i sacrifici e l’impegno fatti in egual misura, se non a volte superiore da parte di noi donne. Rimangono, comunque, la fiducia in questo cambiamento: la Norvegia ha raggiunto questo obiettivo, almeno a livello di Nazionali».Però in Italia ancora alle donne è impedito l’accesso al professionismo nello sport: «Questo impedimento fa parte delle difficoltà che una donna incontra a praticare lo sport, non solo il calcio. É cosí infelice pensare che alle donne sia impedito ancora qualcosa e la domanda da porci è: "perché?". Non è una domanda banale: forse ci viene impedito di essere professioniste perché siamo ritenute più deboli o per non ribaltare l’antico pregiudizio per il quale siamo sottovalutate.Il mio appello a tutte le donne è di non mollare mai. Dobbiamo far sentire la nostra presenza perché nel mondo meritiamo il nostro posto, ben definito. E anche se non siamo considerate professioniste, ci comportiamo da tali, praticando lo sport con passione e amore, valori che pian piano lo sport, soprattutto maschile, sta perdendo».
La festa è valida ma resta tanto da fare per essere alla pari
Alfredina Peruzzi - Centenaria
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Alfredina Peruzzi di 8 marzo - inteso come giorno - si appresta a viverne 101, essendo nata nel maggio 1917, pochi mesi prima della disfatta di Caporetto. Una donna venuta al mondo quando il diritto di voto per le donne era una chimera, in un’epoca nella quale esistevano ancora il delitto d’onore e il matrimonio riparatore per lo stupro. Cose che oggi, raccontate a una sua eventuale nipote, sembrano fuori dal mondo. Ma Alfredina ha visto l’Italia distrutta, poi rinascere. E dare più diritti alle donne, perché ai suoi tempi la situazione era per diversa.Lo racconta con disarmante chiarezza Alfredina, simbolo della casa di riposo Meacci di Santa Croce sull’Arno: "L’otto marzo - racconta - è stata una conquista dal valore altissimo, perché prima la donna era considerata la scopa di casa, mentre poi ha visto riconoscere i propri diritti. Molto è stato fatto, quando ero giovane era tutto diverso e più complicato. A volte - scherza - comandiamo più dell’uomo. Ma a parte questo sarebbe fondamentale partire alla pari in tutto, bisogna essere tutti uguali».Alfredina, che è appassionata di Dante (Alighieri) e a quasi 102 anni recita a memoria i passi del Conte Ugolino, cosa desidera da questo 8 marzo? «Io sto bene, avrei anche una casa dove stare. Ma sto meglio qua, perché non sono sola. Ma non tutti possono dire altrettanto, per cui sarebbe bello stare tutti bene, perché è dalla sofferenza che nascono i conflitti tra le persone. E le guerre».
Che Alfredina rammenta spesso, visto che la seconda guerra mondiale gli ha causato molti problemi. «Era difficile trovare anche un tozzo di pane, ma noi avevamo fame. Da allora è cambiato tutto ma molto altro ancora possiamo fare per noi donne, per essere alla pari con gli uomini». Un invito alle nuove generazioni da Alfredina che oggi festeggia l’8 marzo mangiando il "chicco", il dolce, con gli amici della casa di riposo.
Nella nostra procura i reati di violenza sono i più numerosi
Alessandra Conforti - Magistrato
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Non ha alcun dubbio Alessandra Conforti, sostituto procuratore a Massa Carrara. I reati di violenza di genere sono quelli «che ricorrono di più in procura». Si va dai maltrattamenti in famiglia agli atti persecutori, fino alla violenza sui minori. Spesso vittime anche di violenza assistita che, in apparenza , non lascia tracce. Ma nel profondo incide solchi profondi, profondissimi. Eppure - ammette il sostituto procuratore (che non ama la declinazione al femminile del proprio ruolo) - i reati «contro le donne sono complessivamente i più comuni. C’è un significato culturale: forse nel nostro terrtorio tanto progresso non c’è. A mio avviso, c’è molta accettazione e omertà: qualche giorno fa ho visto assolvere un uomo che io tuttora ritengo abbia agito violenza sulla sua compagna. Ha fatto gioco la ritrattazione della donna, cosa che avviene di frequente. Ma il fenomeno non si può affrontare solo per via giudiziaria, ci deve essere anche questo, ma non basta: è il bicchiere che svuota il mare».La soluzione del problema della violenza secondo Alessandra Conforti non può prescindere dalla formazione culturale e dall’assistenza sul territorio. « Di recente, nel territorio di Massa Carrara - riprende - sono state curate iniziative formative che hanno evidenziato un forte interesse da parte degli operatori, le linee guida sono competenza e circolarità delle informazioni. E i nostri operatori - carabinieri, polizia, operatori sociali - sono davvero bravi, sensibili, capaci di far funzionare quella rete di competenze che serve in questi casi». Anche se questo non sembra bastare a restituire la fiducia nelle istituzioni almeno da parte delle classi sociali più in difficoltà. «Non so - conclude il sostituto procuratore - se sia solo un problema di fiducia, di sicuro c’è la questione dell’effettività della pena, che in Italia rende poco deterrente le sanzioni applicate per questi reati. Questo però è compensato dal fatto che, per me, ci sono misure cautelari efficienti, una polizia giudiziaria adeguata e capace. Molte donne hanno paura di non poter essere aiutate: qui si deve inserire il cuneo».
Sono in sovrappeso, non trovo nessuno che mi voglia assumere
Federica Lucchesi - Lavoratrice precaria
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Di lavorare Federica Lucchesi ha voglia. Lo dimostrano gli 800 curriculum inviati in due anni o poco più, fra il 2015 e il 2017. Di assumerla, però, i datori di lavoro non ne hanno voglia. Ancora, infatti, un lavoro che non sia precario, Federica non lo ha trovato, malgrado il curriculum lo abbia continuato a spedire, con la determinazione di sempre. La stessa che Il Tirreno ha raccontato appunto nel 2017. Quando per la prima volta ha denunciato che non c’erano persone disposte ad assumerla perché è in sovrappeso.Proprio così. Malgrado la legge impedisca di pubblicare annunci che richiedano "bella presenza" come requisito per le assunzioni, in concreto Federica più di una volta si è vista discriminata proprio per il peso. Un episodio è significativo. Un giorno si imbatte nel cartello "Cercasi cameriera" sulla porta di un ristorante. E decide di entrare. La proprietaria la squadra, soppesa il suo corpo come un oggetto. Occhio clinico e freddo, come se non fosse nella stanza. La donna è spietata: «Non vai bene, non credo che saresti abbastanza veloce fra i tavoli». A quel punto scatta la reazione (ferina) della mamma, quando capisce che neppure questa volta è andata bene. Si presenta al locale e, senza troppi complimenti, dice alla titolare: «Ma lei si guarda mai allo specchio?». Basta per far ottenere una prova alla figlia che ha sì qualche chilo di troppo, ma è anche una professionista efficiente. Arriva anche a servire, da sola, 70 persone. Scatta il "lavoro a chiamata", ma non il contratto. La titolare si nasconde sempre dietro una scusa. E così salta anche questa opportunità.Il caso di Federica in Toscana non è isolato. Né per sfruttamento né per assunzioni evitate a causa del sovrappeso. Ma questa non è una consolazione. Neppure il fatto che esistano ancora annunci che reclamano donne di bella presenza. O magari professionisti maschi perché «non hanno il problema della gravidanza». Con scarsa attenzione da parte di chi dovrebbe vigilare.
Le parcelle "rosa" sono più basse del 30% di quelle dei colleghi
Sabrina Boghetti - Avvocato
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Ci sono un paio di situazioni che Sabina Boghetti, avvocata di esperienza in diritto di famiglia, diritto civile e diritto tributario, non riesce (e non vuole) dimenticare. La prima risale a quando era praticante in uno studio con una titolare donna; i "giovani" erano 7, 4 laureate in giurisprudenza e 3 laureati. «Ma a ritirare i vestiti alla titolare in lavanderia un ragazzo non è mai stato mandato. Io spesso». Poi ci sono stati i primi anni di attività con un collega maschio: «La clientela mi prendeva sempre per la segretaria, mai per la socia».In questi spaccati c’è un mondo. Che Sabina Boghetti riesce anche a quantificare: «Le parcelle delle avvocate donne, a parità di prestazione, in media sono più basse del 30%. Le statistiche dicono anche del 50%. Del 30% lo possono garantire perché ho visto le notule dei colleghi maschi». Ma la differenza "salariale", così difficile da colmare per l’avvocata di Massa si misura secondo altri parametri oggettivi: «Le donne sono costrette a svolgere due lavori, a prendersi cura della casa, di un compagno, spesso dei genitori anziani e questo impedisce, ad esempio, di dare la disponibilità per gli straordinari: quindi guadagna meno, per forza. Ma neppure vengono scelte per le posizioni di carriera perché possono restare incinta». A meno che - ammette (con una punta di ironia) «non accada come nello studio di un commercialista che conosco: lui assume di proposito le donne perché non le ritiene "concorrenziali". Dice che si dedicano solo alla famiglia e quindi non gli soffieranno mai il posto». Insomma non molti passi in avanti sembrano essere stati compiuti anche a livello culturale (oltre che salariale) dal 1919 «quando per la prima volta in Italia una donna è stata ammessa alla professione forense. Del resto in magistratura sono entrate solo nel 1965. «Non ci si deve meravigliare - conclude Sabina Boghetti - visto che agli uomini le parcelle vengono pagate senza discutere; a noi donne si chiede sempre lo sconto. Anche questo sminuisce la nostra professionalità».
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