Gioco
I poliziotti maschi mi hanno fatto piangere ma ora mi rispettano
A raccontarsi nel giorno dell'8 marzo è Rita Sverdigliozzi, il capo della squadra Mobile e vicequestore che tutti conoscono a Pisa. Tanto per capirsi: due anni fa l’ha provato sulla sua pelle uno scippatore a Roma. Le spaccò il finestrino dell’auto e tentò di rubarle il portafoglio. Lei scese, e lo arrestò immobilizzandolo a terra. Era al primo mese di gravidanza
PISA. «In Polizia sono arrivata a 30 anni. E mi buttarono nella fossa dei leoni». No, non è sempre stata così Rita Sverdigliozzi. Non è sempre stata il capo della squadra Mobile e la vicequestore che tutti conoscono a Pisa. Tanto per capirsi: due anni fa l’ha provato sulla sua pelle uno scippatore a Roma. Le spaccò il finestrino dell’auto e tentò di rubarle il portafoglio. Lei scese, e lo arrestò immobilizzandolo a terra. Era al primo mese di gravidanza, in ufficio ha ancora la foto del capo della Polizia Franco Gabrielli che va in ospedale a trovarla. «Non ci pensai un attimo, fu istinto». Ecco, per essere la donna che è non nega di aver dovuto sgomitare. Insomma, non lo dice mai, ma alla fine di questa storia lo penserete: la Polizia ancora oggi non è un paese per donne. Anche se le donne lo abitano, ci resistono. Sono 15.300 su circa 99.000, il 15%.
Parità e diritti mai raggiunti: non è un Paese per donne
Lei lo ha sperimentato all’esordio. La fossa fu «la Narcotici a Roma, che mi spedirono a coordinare all’inizio della carriera da ispettore». E i leoni «erano i componenti della squadra. Tutti maschi». Aveva vinto il concorso. «E lo confesso, fu dura. Erano tutti poliziotti vecchio stampo; di farsi guidare da una donna non ne volevano sapere. Anzi, lo consideravano un affronto. Ero il capo, ma per mesi nemmeno mi fu data una scrivania, di volta in volta appoggiavo la mia roba su quella dei miei sottoposti. Sopportavo di tutto: commenti sessisti, parolacce, rutti, mi facevano vedere video da maschi, ecco, chiamiamoli così. “Devi integrarti, mescolarti a noi se vuoi stare qui”, mi dicevano. Con loro tenevo duro, ma la sera, in dormitorio, piangevo. Ma seppi reagire, mi feci rispettare. Provai a farmi accettare in punta di piedi. “Lo so – dissi loro – io sono una novellina per voi, vi chiedo collaborazione”. E dopo due anni uno di loro mi chiamò: “Vieni, devi portare via la tua roba” Arrivai in sezione e scoprii che mi avevano creato un ufficio con la mia scrivania». L’ufficio del capo.
Polizia, «la mia passione, da sempre, il mio chiodo fisso, anche se sono figlia di due operai. Mai stata una divisa in famiglia, ma io me la sono sempre sentita addosso». Originaria di Campobasso, Sverdigliozzi in Polizia arriva dopo la laurea in giurisprudenza (la prima di tre), dopo aver fatto la cameriera a Londra, un breve periodo di pratica da avvocato nella City, la professione a Roma e anni da maestra elementare. «Mi sono laureata a 23 anni, in quattro anni, quindi di cose sono riuscita a farne. L’esperienza da avvocato l’ho lasciata presto. Non mi andava. Tutti hanno diritto alla difesa, ma io ho visto difendere anche l’indifendibile. Ma non sono una che si ferma, così prima vinsi il concorso da insegnante. Ero una ragazza, dovevo campare. Ma poi feci la scommessa della vita, il concorso da ispettore. E un giorno quello da funzionario. Me lo propose un amico dicendomi che non ero tagliata per farmi sopraffare. “Iscriviti al concorso per funzionari”, disse. All’inizio lo feci senza crederci, pensavo che i posti fossero già tutti assegnati». Ma poi ci ha scommesso. E fu il dolore a spronarla. «Dovetti staccare un po’ dal lavoro, mi ero stancata, avevo bisogno di una pausa». La tana dei leoni l’aveva fiaccata, ma poi la fece diventare una leonessa. «Per me è sempre stato così, ho sempre reagito mettendomi in moto, non mi sono mai ripiegata su me stessa. E ho sempre creduto che l’unica strada per il riscatto fossero i libri. Mi gettai in settimane di studio matto, mi svegliavo alle 4 del mattino e staccavo gli occhi dalle pagine alle otto di sera senza neppure mangiare».
Partecipano migliaia di candidati. Sverdigliozzi vince anche quello . «Quando seppi che ero passata all’orale, attraversi la questura a Roma volando. Andai dal mio capo, Vittorio Rizzi. Non ho mai marcato visita senza motivo. E non volevo farlo, ma avevo bisogno di tempo per preparami. Glielo chiesi senza giri di parole. “Cosa aspetti – mi disse – cosa fai ancora qui?”. È uno dei pochi maschi a cui devo molto». Ce la fanno in 10, lei è una delle sole tre donne ad entrare. «Mi spedirono a Verbania, al confine con la Svizzera, dal sole della capitale al grigiore del nord. La sindrome da lago esiste, io l’ho provata. Tre anni tristi, si può dire?», scherza. «Sì perché in quel piattume, per me che arrivavo da Roma, rischiai la depressione». E nel piattume non mandano mai uomini. Ma anche lì resiste, diventa perfino commissario, fino a quando, 6 anni fa, le affidano Pisa. Lì riqualifica la sezione antiviolenza su donne e minori, e dimostra che si può essere mamma e poliziotta. Anche se sembra quasi impossibile ad ascoltarla elencare la sua giornata tipo.
Sveglia alle 6, la bambina più grande alla materna, quella più piccola alla Pantera rosa, il nido interno alla questura. Un’ora per andare a prenderle a pranzo e portarle a casa, poi di nuovo in ufficio fino a sera. A casa la mamma e la tata a darle una mano. «Solo loro» e una quotidianità «costellata di sacrifici». Perché capita di voler portare le bimbe al cinema con le altre mamme, di organizzarti e proprio mentre stai per uscire di sentire squillare il telefono, che devi tenere acceso h24. «Non ci sono orari e non sono il tipo che delega o rinuncia ad andare sulla scena di un delitto o di una rapina. Non ci riesco, mi fa sentire in colpa. Soprattutto non riesco a non ascoltare le storie di ogni donna picchiata o maltrattata dagli uomini, di ogni bambina o bambino abusato o vittima di padri violenti con le loro madri. Ecco, sì, per questo è molto più tosto essere donna e fare carriera in polizia. Però, aspetti, non mi faccia un’intervista sessista al contrario, io il femminismo militante non lo sopporto. Certo va detto: ora comando una squadra con 19 uomini e 4 donne, arresto delinquenti e assassini, ma è grazie a mia mamma. Se mi trasferissero, so che lei mi seguirebbe, lei continuerebbe ad aiutarmi con le mie due bambine. E purtroppo non tutte le donne hanno questa fortuna». Sarà, ma a noi pare che lei sia dove sia perché se la Polizia è un po’ più un paese per donne, è perché quelle come lei i maschi li hanno affrontati e pure superati. «Anche se – dice - il difficile non è arrivare fin qui, ma riuscire a restarci».
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