Il Tirreno

Toscana

Primarie Pd, svolta a sinistra: valanga Zingaretti sulla Toscana "derenzizzata"

Mario Neri
Primarie Pd, svolta a sinistra: valanga Zingaretti sulla Toscana "derenzizzata"

Il governatore fa il pieno nelle ex roccaforti di Renzi. Anche a Rignano l'ex premier cade e i fedelissimi pensano a fondare un altro partito. Intanto, si torna a parlare della candidatura di Rossi alle Europee

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. «È finita, è finita», gioisce a una certa ora, intorno alle 20.40, Alessandra Nardini, consigliera regionale pisana del Pd. Sì, la zingarettiana quasi grida, perfino con una certa gaiezza sguaiata, come se a chiudersi non fosse un’era politica ma una tortura, un lungo e certosino supplizio. «Si torna a sinistra», si slancia in un sospiro mentre sulla chat Whatsapp franano i dati dei circoli e con loro le certezze dolorose subite in anni di un dominio vissuto come estraneo, esogeno, e ora una a una scivolano via come una febbre, anche quelle impensabili da ribaltare, fino a domenica ritenute intangibili e dogmatiche, tipo i lembi di regno lottiano (Empoli, Montelupo, Vinci), la Scandicci della segretaria toscana Simona Bonafè, la Lucca marcucciana, e poi lei, la Firenze di Matteo Renzi, odiatissima e invidiatissima icona della hybris rottamatoria, e infine altre isole, tipo Carrara, dove il governatore del Lazio raggiunge percentuali bulgare.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.30064565:Video:https://video.gelocal.it/iltirreno/politica/firenze-primarie-del-pd-in-coda-per-votare/117170/118765]]

Non basterebbe un florilegio di stereotipi sulla simbologia della caduta di un’epoca e dell’epica (renziana) per spiegare cosa significhi il 61% raggiunto da Zingaretti in Toscana e quanto significhino i 160mila andati al voto in regione. Certo, meno dei 210 mila del 2017, ma molto più degli 80-100mila in cui confidavano i dem. «Un bel segnale di partecipazione, ma certo anche di un voto di opinione che ha pervaso queste primarie – ammette Bonafè a gazebo ancora aperti – il popolo renziano non si è mobilitato, quello di Zingaretti invece s’è messo in moto anche ben oltre i confini del partito».

Un segno di «un risveglio positivo, di una reazione al governo dei cialtroni – dice – soprattutto in vista delle amministrative. Il Pd ha dato un segno di vitalità, e sono certa che Nicola andrà avanti nell’unità». «Quella di Zingaretti è una vittoria bella e netta», cinguetta Renzi, aggiungendo «adesso basta con il fuoco amico, gli avversari sono al governo».

Insomma, adesso che è cambiato il vento – e non si può fermare con le mani, ipse dixit – c’è un sacco di strizza in giro. Adesso che neppure la Toscana parla più il verbo liberal della Leopolda, ma anzi sembra volerlo espellere con una crisi di rigetto, i fedelissimi temono che il lanciafiamme non sia più e solo una prerogativa della rottamazione, e che al Nazareno per decidere vite e carriere con un tratto di penna fra poco si chiuderà come in un bunker anche il mite fratello del commissario Montalbano così come fece il ragazzo di Rignano in vista del 4 marzo. Perché sì, è tornata la “ditta” giaguara e si prenderà lo scalpo del renzismo, replicherà la rottamazione. I dati sono impietosi. Nemmeno a rimetterle insieme le schegge renziane tengono botta. Martina, su cui si erano orientati i fedelissimi della nomenclatura, strappa il 22%, il renzismo in purezza di Giachetti il 17.

Zingaretti vince a Firenze col 62, in provincia col 60,7%, nel senese col 67, col 66,7 a Pisa, a Livorno col 66, in provincia col 68, a Pistoia col 58,2 ribaltando il voto dei circoli, a Lucca col 58. E sarà inevitabile: Bonafè non potrà ignorare il risultato. Da mesi la sinistra del partito attende si realizzi la “pax” promessa a Valerio Fabiani, lo sfidante che per la prima volta fece tremare il Giglio Magico sfiorando il 40%. La eurodeputata dovrà accordare al piombinese il posto da vice e far spazio a nuovi nomi e volti negli organi di partito. Non solo. Lo dovranno fare anche i sindaci di osservanza renziana. A Dario Nardella il nuovo potere “rosso” chiederà un terzo delle liste e la garanzia di avere metà della giunta in caso di riconferma.

Ma l’assalto più duro arriverà con le Europee. «Nicola ha già pronti alcuni volti simbolo da schierare contro il sovranismo e l’arroganza nazionalista xenofoba», dice uno dei toscani più vicini al neo segretario. E nella circoscrizione dell’Italia centrale, quella di cui fa parte anche la Toscana, in cima a quella lista non ci sono renziani. Ci sono Ilaria Cucchi e Carlo Calenda, da una parte una donna a sinistra e dall’altra un profilo moderato, capace di aprire al civismo, l’ideatore del manifesto europeista. A rischio sarebbe anche la ricandidatura di Bonafè, che semmai potrebbe sfilare in basse negli elenchi insieme a quella di Nicola Danti. E invece a nessuno nel partito sono sembrati casuali l’appello di Enrico Rossi alla vigilia dei gazebo in favore di Zingaretti e la familiarità con il collega presidente di Regione delle ultime settimane. Incontri, convegni, dibattiti sulla sanità: i due si sono visti spesso.

E sebbene, anche in privato, il governatore toscano continui a smarcarsi e a confermare di voler chiudere il mandato in Toscana, non sono in pochi a credere che il suo nome possa finire nel listone europeista che il Pd costruirà aprendo a forze civiche e pure ai vecchi scissionisti di Mdp e Leu. Proprio Rossi, dicendosi soddisfatto per la vittoria del compagno laziale, parla «della possibilità di dar vita a una nuova sinistra plurale e inclusiva», non un caso che a Pisa sia comparso ai gazebo uno come Dario Danti, l’ex assessore di Sel che aveva annunciato di voler disertare. «Ho sentito la voglia di cambiamento, una scossa – racconta – Accanto a me a votare c’erano perfino vecchi compagni di Rifondazione. E lo confesso, alle Europee sono orientato a votare Pd». Pur di voltare pagina, pure il Pd. 

Rignano cade e i fedelissimi pensano a fondare un altro partito

Pure Rignano. Non solo Firenze, l’Empolese, la cintura metropolitana e le fortezze un tempo sicure. Ma perfino il borgo natio, la culla primigenia del renzismo è stata scalfita. Su 610 votanti, 242 hanno scelto Nicola Zingaretti, 131 Martina e 234 Giachetti, confermando semmai che il candidato in purezza era quest’ultimo. Certo, un segnale decisivo anche per parte della nomenclatura renziana, quella vicina a Luca Lotti e Dario Parrini, che adesso potrebbe assecondare l’idea accarezzata anche da Bobo Giachetti e uscire dal Pd per dare vita a un nuovo soggetto politico, quello per cui da mesi starebbero lavorando Sandro Gozi, Ivan Scalfarotto e Maria Elena Boschi.

Primarie Pd, trionfa Zingaretti: “I delusi stanno ritornando”. L’affluenza supera 1,8 milioni"

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Attenzione

Ritiro urgente nei supermercati Conad di albume d’uovo per rischio salmonella

di Redazione web