«Vi guardo negli occhi e comprendo: voi siete la ragione per cui sono giudice dell’anti-mafia»
Faccia a faccia in Toscana tra Roberto Pennisi e gli studenti
L’incontro
Una ragazza, dalle sedute in fondo all'auditorium, alza timidamente la mano. Poi si avvicina e prende il microfono, un foglio con degli appunti stretto tra le dita. «Ma come mai ha deciso di fare il giudice?» chiede. Il magistrato della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Roberto Pennisi, sorride alla studentessa e ai suoi compagni. «È stato per caso. All'inizio avevo intenzione di fare tutt'altro. Il medico, per la verità. Ma poi, crescendo, mi sono ritrovato a fare quel che faccio».
Gli occhi dei ragazzi (quasi un centinaio), tutti studenti della scuola media “Padre Filippo Cecchi” di Ponte Buggianese, in provincia di Pistoia, sono puntati su di lui. Scrivono ogni parola e ascoltano in silenzio. «Voglio darvi un consiglio» aggiunge il magistrato. «Si riesce a far meglio una certa cosa, se non la si è sognata per tutta la vita». I ragazzi ridono. Riesce a catturarli, Pennisi, con il suo parlare ancora scandito da un marcato accento catanese. «Ma lei non ha mai paura?», lo interroga un ragazzo seduto in prima fila. La domanda arriva di slancio. Ci sta tutta perché Pennisi da decenni lotta contro la 'Ndrangheta e Cosa nostra. Prima alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e poi a Roma, alla Direzione nazionale antimafia, coordinando le inchieste sulla grande criminalità organizzata.
Nel 2000 il giudice, padre di un figlio di 28 anni, si trasferisce con la famiglia a Montecatini. Anche se oggi gran parte della sua esistenza la trascorre nella capitale. «No, non ho paura - risponde - . Nella mia vita ho sempre prima guardato in faccia i cittadini, e poi la legge. Vedo i vostri occhi e capisco che è giusto così. Che vale la pena lottare per affermare il valore della legalità. Siete la ragione per cui continuo a farlo. No, non posso avere paura». Forse un pi’ di paura questo giudice ce l’ha anche. Ma ammetterlo è un lusso che non si concede.
La curiosità si avverte. Le domande si susseguono veloci. «Ma come si combatte, la mafia?», chiede un'altra studentessa. «L'ignoranza - risponde il dottor Pennisi - è la più grande alleata dell'illegalità, di cui la mafia ne è la massima espressione. E il miglior strumento per contrastarla è la cultura. Nessuno di noi, infatti, potrà dirsi un uomo libero se non la coltiva. Studiate, informatevi bene e tanto. Solo così sarete sentinelle della legalità». I ragazzi incalzano, ancora. «Ma la mafia c'è anche qui, dalle nostre parti?», chiede una ragazza. «Le organizzazioni criminali - precisa il magistrato - possono contare sul potere dei soldi. La mafia agisce anche in territori come questi, attraverso la capacità del denaro di acquisire i diversi ambiti dell'economia. E spesso ci riesce senza che nessuno se ne accorga. Solo in Toscana, infatti, sono quasi un'ottantina i clan che hanno una proiezione criminale».
L'incontro sta per finire e il dottor Pennisi rivolge un ricordo a quelli che lui definisce i «più grandi campioni dell'antimafia»: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e Rosario Livatino. «Paolo, che era il più estroverso di tutti - conclude il giudice - diceva che se la mafia attiva consensi, è compito della scuola rovesciare questo processo perverso. Ricordatelo sempre». Il gruppo, allora, si sposta all'esterno per allestire, in via Toscanini, il “Giardino della legalità”. Un ciliegio e tanti fiori stilizzati, ognuno con una parola che ricorda il rispetto della legge (diritti, dignità, libertà) . «Quando tornerò qui, tra qualche tempo - conclude Pennisi - spero che abbiate piantato il fiore più grande degli altri e che, al tempo stesso, li raccoglie tutti: quello dell'amore». —
Martina Trivigno
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