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«Caro Manuel, farai ciò che vuoi Non esistono limiti insuperabili»

«Caro Manuel, farai ciò che vuoi Non esistono limiti insuperabili»

Prato, il maresciallo Giuseppe Giangrande, tetraplegico per una pallottola, scrive con la figlia Martina al nuotatore 19enne, paralizzato dopo un agguato 

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Prato. Non si conoscono, ma si parlano da amici. Giuseppe Giangrande con più esperienza di lotta e sventura. E, infatti, è quello che con la figlia Martina, ha avuto l’idea di scrivere la lettera. Destinatario noto ai più: il nuotatore Manuel Bortuzzo. Per scambiarsi il loro messaggio, senza convenevoli - chi è paralizzato non ha tempo da perdere - non c’è bisogno neppure di indirizzi. Basta lanciare le parole in aria. O nel web, in rete. Tanto arrrivano a destinazione: «Manuel non mollare, rinascerai come la lenice».

Già la fenice. L’animale che rinasce dalle ceneri. Le ceneri di Manuel e Giuseppe sono le stesse: una pallottola. Giuseppe se la becca nel 2013, davanti a palazzo Chigi mentre è in servizio, da carabiniere, il giorno dell’insediamento del governo Letta. Un tipo spara sui carabinieri, a casaccio. E lui resta paralizzato. Manuel si becca una pallottola all’inizio di febbraio. Lesione irreversibile al midollo. Entrambi, però, non si rassegnano. Non fanno i piagnucoloni contro la sorte avversa. Si danno da fare per tornare a vivere. E così Giuseppe e Martina, la “famiglia un po’ sgangherata” scrivono a Manuel perché «siamo venuti a conoscenza della tua ingiusta vicenda. Non ti abbiamo mai incontrato di persona, ma per quanto ti possa sembrare incredibile noi ci conosciamo, perché fortuna e sfortuna hanno voluto che la tua e la nostra storia fossero legate da un solo filo conduttore: trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato». Martina sintetizza: Giuseppe, mio padre, nel 2013 era un carabiniere, la mattina del 28 aprile si trovava a Roma a svolgere il suo servizio di servitore dello Stato davanti a Palazzo Chigi, nel giorno dell’insediamento del governo Letta. «Un uomo all’improvviso si mise a sparare contro i carabinieri: colpì per primo mio padre al collo, poi continuò con gli altri. Da quel giorno la nostra vita è stata stravolta. Abbiamo vissuto giorni di panico, poi sono arrivati mesi di speranza. Posso ritenermi fortunata perché mio padre è con noi: parliamo tanto e a volte litighiamo, anche se purtroppo da quel giorno è rimasto tetraplegico. Ma non importa, con la forza di volontà e la tenacia che ha avuto sin dall’inizio, da buon carabiniere, è riuscito a superare dei momenti durissimi che pochi possono comprendere. Sono certa che tu puoi capire a cosa ci riferiamo». La lettera - a questo punto - riprende a due voci: «Non siamo qui a chiederti o a insegnarti nulla, perché anche tu sin dall’inizio ti sei dimostrato un guerriero, non ti sei buttato giù più del consentito e sei riuscito a vedere il rovescio della medaglia: siamo contenti e fieri di questo tuo atteggiamento super positivo, ma da uno sportivo come te non potevamo aspettarci niente di diverso. La strada sarà lunga e tortuosa, ci saranno giorni belli e brutti, ma tutto servirà a far sì che tu possa rinascere come una fenice e ricominciare una vita nuova e forse anche più bella». E l’incoraggiamento finale: «Non pensare che lo sport non sarà più parte di te, crediamo che anche se in modo diverso troverai un’altra strada per far parte di quel mondo. Hai la fortuna di avere una famiglia splendida che ti starà sempre vicino, una famiglia che farà a sua volta sacrifici: per questo meritano un ringraziamento speciale. Noi abbiamo avuto il supporto dell’Arma che non ci ha mai lasciato soli e ci ha supportato in tutto e per tutto. Ricorda Manuel, potrai fare tutto quello che vorrai, perché le barriere ce le creiamo solamente noi nella nostra testa, ma possiamo fare tutto: basta volerlo ed essere sostenuti dalle persone che ci vogliono bene». —

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di Redazione web