Sicurezza
L’alt di Bonafè a Zingaretti «Se vince non occuperà posti»
I supporter toscani del governatore del Lazio: «No, cambiano gli equilibri» Ma i dem temono il flop: stimati 80mila partecipanti, la metà del 2017
«Se qualcuno crede che una vittoria di Zingaretti in Toscana cambi assetti ed equilibri del partito regionale si sbaglia di grosso». Stop ai modi scudocrociati. Alla strategia della comunicazione sorniona, Simona Bonafè, segretaria del Pd toscano, ha deciso di sostituire uno stile ruspista. La renzianissima europarlamentare eletta 4 mesi fa alla guida dei dem in regione ha aziona il caterpillar. E lo fa alla vigilia delle primarie.
S’è stufata di sentir farfugliare di ripercussioni locali del voto nazionale ai gazebo, di equilibri da aggiustare, di dirigenze da rivedere. «Se c’è qualcuno che pensa di occupare posti, magari a cominciare dalle Comunali, invece di occuparsi di politica è lontano mille miglia dalle persone. Il congresso regionale s’è tenuto mesi fa, ora dobbiamo lavorare per chiamare più persone possibili alle primarie. Alla nostra gente non frega più nulla di queste dinamiche, ci chiede di fare il bene del Paese», s’è sfogata con i suoi la segretaria. Chi le ha parlato in questi giorni la descrive intenzionata a non cedere di un millimetro, perfino se a cadere fosse l’ultima fortezza. Eppure fra i dem da giorni serpeggia più o meno lo stesso refrain. Le primarie di domenica, almeno qui, nella terra che fu del Giglio Magico, rischiano di venir risucchiate in una spirale di trasformazioni genetiche, e saranno una ricorsa al militante stanco e logorato dalle divisioni. Perché più che Zingaretti qui potrà lo spappolamento del Rignano people, più che Nicola potrà Matteo e lo sfrangiamento del suo popolo. In fondo dal referendum in poi, passando dal 4 marzo ai guai giudiziari della family, le truppe hanno cambiato pelle e scialuppe. Così domenica, dalle 8 alle 20, ai 746 seggi andranno i renziani in purezza schierati con il tribuno leopoldino Roberto Giachetti, quelli che ancora oggi si sparano in cuffia la sigla della prima Leopolda e puntano sulla voglia di riscatto dall’accanimento anti-renziano; poi i renziani eretici, pentiti, dissidenti, passati sulla sponda zingarettiana nel nome di Gentiloni (il vascello di cui è timoniere Stefano Bruzzesi e su cui son saliti ex fedelissimi come Federico Gelli, Monia Monni o Cristina Grieco); infine i renziani della nomenclatura, mutati di sciagura in sciagura perché nulla mutasse (vedi Luca Lotti & friends), il gruppone dei fedelissimi che, orbato Minniti, ha puntato tutto su Martina. Insomma, i buoni, i brutti e i cattivi in lotta. Proprio quel che teme Bonafè. Cioè che le primarie si trasformino in una conta dell’orgoglio renziano, in una ridotta.
Sicché al quartier generale di via Forlanini si son fatti l’idea che sarebbe una manna veder arrivare ai gazebo 80-100 mila persone, il doppio delle 45mila andate alle primarie regionali, meno della metà però delle 210 mila delle nazionali 2017. Si son fatti l’idea, cioè, che un flop sarebbe accettabile, una disfatta no. Ma non la vedono così gli ultrà. Che segretamente sognano il baratro, un cupio dissolvi catartico e liberatore. «Delusi o elettori grillini voterebbero per Zingaretti, una affluenza alta avvantaggerebbe lui e l’ala “rossa” del partito. E in Toscana ci giochiamo le scelte per la candidatura alla presidenza della Regione», confida una fonte parlamentare renziana. Come? Se le primarie decretassero il definitivo tramonto renziano, gli zingarettiani potrebbero avanzare due candidature: quella dell’assessore regionale Vincenzo Ceccarelli o quella del “ripudiato” Gelli, facendo così sfumare il duello fra Stefania Saccardi e Eugenio Giani. Se il governatore si affermasse senza ottenere però la maggioranza, una candidatura di mediazione potrebbe diventare proprio quella di Bonafè. «Ci auguriamo che tutti lavorino per una grande affluenza, ma non sembrano farlo - dice la zingarettiana e consigliera regionale Alessandra Nardini - Ma è inevitabile che una vittoria di Zingaretti cambi le cose anche da noi. Dovrà cambiare linea politica prima che gli equilibri, quella dell’arroganza non può più funzionare». —
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