Gioco
Botte, insulti e dure punizioni ai bambini nel nido fatto in casa: arrestata educatrice
I piccoli costretti a mangiare con la forza, rinchiusi al buio o messi fuori al freddo: la donna, 52 anni, è ai domiciliari
«Sono un’educatrice filo-montessoriana, mamma di tre figli da me cresciuti con grande senso del dovere. Ho scelto di diventare una tata perché vorrei continuare a trasmettere il mio contributo educativo e di amore a tutti i bimbi che avrò il privilegio di poter accogliere nel luogo in cui abito». A rileggere oggi le parole utilizzate da Patrizia Madotto, 52 anni, arrestata dai carabinieri di Siena con l’accusa di maltrattamenti di familiari e conviventi, per presentare il suo asilo nido familiare, c’è da rabbrividire.
Le intercettazioni ambientali e i filmati delle telecamere posizionate dai carabinieri nell’abitazione adibita a nido per bambini da sei mesi a tre anni, hanno rivelato l’orrore che si celava dentro a quelle stanze ritenute dai genitori luogo di educazione e socializzazione. Ma così non era. I bambini tornavano a casa agitati e la notte avevano difficoltà a dormire. Su denuncia di due mamme e di un’ex collaboratrice della Madotto, sono scattate le indagini. La donna, che dal 2018 aveva ricevuto le autorizzazioni per fare la “mamma di giorno”, rinchiudeva i bimbi di pochi mesi in una stanza buia per convincerli a smettere di piangere, li costringeva a mangiare tappando loro il naso in modo che aprissero la bocca, e a quelli più grandi negava il cibo se non erano in grado di utilizzare una forchetta, oltre a insulti, strattonamenti e percosse.
Un’escalation di violenza e terrore a cui venivano sottoposti i piccoli che hanno obbligato i militari ad intervenire due giorni fa, quando la donna ha messo una bimba che piangeva all’aperto sul terrazzo e i pianti hanno richiamato l’attenzione dei passanti. Immediate sono scattate le manette con la donna che è stata portata nel carcere di Sollicciano a Firenze e, dopo la convalida del fermo da parte del gip Alessandro Buccino Grimaldi, trasferita ai domiciliari.
Per carpire la fiducia delle famiglie la donna inviava tramite Whatsapp foto e video artefatti che ritraevano i bambini sereni impegnati in attività ludiche, anche se le indagini e i video delle telecamere dei carabinieri hanno dimostrato che non era così. Ai genitori era vietato entrare nell’asilo domiciliare «per motivi igienici» – come imponeva la regola fissata dalla titolare – e quando andavano a riprendere i figli dovevano comunicare l’arrivo tramite un messaggio Whatsapp all’educatrice. Così la donna aveva tempo per tranquillizzare i bambini che piangevano, cambiar loro i pannolini o occultare eventuali segni di maltrattamento.
Erano da cinque a dieci i bambini, tra 6 mesi e 3 anni di età, che ogni giorno venivano affidati alla donna su pagamento di una retta mensile di 600 euro o di una tariffa oraria di 7 euro come prevede il protocollo tagesmutter. Nessuna irregolarità invece è stata rilevata al momento per quanto riguarda autorizzazioni e permessi. L’asilo, a quanto si sa per ora, aveva le autorizzazioni necessarie rilasciate dal Comune e dagli altri enti preposti al controllo. Addirittura, sul sito del Comune di Siena , la struttura è segnalata tra i “servizi educativi per la prima infanzia e scuole dell’infanzia privati” mentre la donna, sulla pagina Facebook dell’attività si vantava di essere «l’unico nido domiciliare a Siena in grado di utilizzare un sistema di connessione in real time con i genitori che facilita fortemente la comunicazione laddove sarebbe impensabile poterla avere».
Il Comune ha fatto sapere che «monitorerà attentamente gli esiti delle indagini e, nei limiti della propria competenza, prenderà tutti i provvedimenti necessari ove accertate l’esistenza di violazioni di legge». E proprio sul rilascio delle autorizzazioni si stanno concentrando adesso le indagini dei carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro. «Vogliamo capire chi ha autorizzato la donna ad operare con i bambini e sulla base di quali requisiti siano stati concessi i permessi da parte dell’amministrazione – ha detto in una nota il presidente del Codacons Carlo Rienzi – È necessario accertare infatti se vi siano responsabilità da parte degli enti locali in questa grave vicenda, e quali controlli siano stati eseguiti sulla struttura domiciliare da parte di chi doveva vigilare e garantire le famiglie». —
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