Toscana
Piombino e lo squalo che uccise il sub Da quel giorno il mare non fu più lo stesso
2 FEBBRAIO 1989. Divorato da un pescecane al largo di Baratti L’impossibile divenne realtà e per mesi fu come vivere dentro un film
IL RACCONTO
STEFANO TAMBURINI
Morte e terrore emersero dal mare appena increspato e tiepido di un insolito inverno che sembrava maggio. Morte e terrore: le fauci di uno squalo in un attimo si portarono via la vita di un sub, Luciano Costanzo, e fecero precipitare Piombino, l’Arcipelago e mezza costa toscana in un film dove tutti eravamo attori e spettatori. Solo che era tutto drammaticamente vero.
Ci sarebbero voluti anni per uscire da quella paura che non riuscivi quasi a spiegare ma la sentivi dentro, da quei timori di mettere un piede nelle acque in prossimità della tragedia. E per tanto tempo ancora, fino ai giorni nostri, quante volte ce lo siamo sentito chiedere se era accaduto davvero. Sì, era accaduto, un miglio e mezzo al largo dello Stellino, a ridosso del golfo di Baratti, un luogo d’incanto trasformato nel teatro della peggior morte. Uno squalo bianco di sei, sette metri, più grande di quanto si possa immaginare, come e peggio dei film della serie di Steven Spielberg che in quegli anni avevano fatto presa al cinema e anche in tv.
SEMBRAVA IMPOSSIBILE
Quel giovedì 2 febbraio del 1989 e i giorni a seguire, chi si trovò a viverli non potrà mai dimenticarli. La cosa più difficile, all’inizio, fu convincere gli altri che era vero. Roba da altri mari, in Italia c’era un solo precedente al Circeo, nel 1962, ma nessuno lo ricordava. La storia sembrava uscita dalla penna di uno scrittore di thriller. Cominciamo a ricostruirla e per giorni vivemmo immersi in un gigantesco set dove si filmava la realtà.
IL RISPETTO PER IL LUTTO
C’era da raccontare prima di tutto un lutto. Luciano Costanzo era un portuale di 47 anni, ex calciatore a Piombino, Grosseto e Livorno. Era anche sub ed era lì per aiutare un ingegnere dell’Enel, Paolo Bader, nel lavoro di manutenzione dell’elettrodotto sottomarino per la Corsica. L’ingegnere e il figlio 18enne di Costanzo, Gianluca, videro tutto dalla barca di appoggio: lo squalo che riemergeva, Luciano che alzava un braccio e poi spariva, tirato giù dal bestione. Tre attacchi in pochi secondi. Il racconto lucido di Bader, che fu la nostra grande esclusiva di quei giorni, mette ancora i brividi. Raccontava tutto con la freddezza di chi aveva dovuto isolare le sensazioni terribili di quei momenti. La voce cominciò a tremare solo quando passò al racconto del viaggio di ritorno verso il porto di Piombino. Roba che fa accapponare la pelle solo a ricordarla.
IMPAZZIMENTO TOTALE
Ma insieme con quel lutto, cercando soprattutto di essere vicini ai familiari e agli amici, ci fu da raccontare la storia delle ricerche dei resti, dell’impazzimento complessivo. E ci furono due figure molto importanti nella gestione del caso, il sindaco Paolo Benesperi e il comandante del porto, Antonino Munafò, purtroppo scomparso il 24 febbraio di 10 anni fa. Allora era un giovane ufficiale con la saggezza di un veterano. Insieme con il sindaco si prestò ad ascoltare tutti: imprenditori del turismo, associazioni, assecondò (o meglio fece finta) le richieste di costruire torrette di avvistamento. Fece sfogare tutti e chiuse il mare nel tratto dell’aggressione. Se avete visto i film di Spielberg, Piombino era come l’immaginaria isola di Amity, con la differenza sostanziale che il sindaco lì era una carogna e qui stava dalla parte giusta.
IL DEPISTAGGIO FALLITO
Chi provò a mestare nel torbido fu una parte di stampa e di televisione che si prestò a mettere in piedi quel che non stava per niente in piedi: la pista della finzione, della fuga all’estero della vittima. I pochi resti che erano stati trovati, insieme con le cinture delle bombole e le bombole stesse con i segni dei denti dello squalo, le testimonianze coerenti con la dinamica non potevano far pensare ad altro. Invece, grazie all’opera interessata di case produttrici di materiale da immersione (si temeva il crollo degli affari) fu fatta filtrare l’ipotesi che la storia dello squalo fosse inventata. Nella trappola caddero anche grandi testate, si mosse uno come Vittorio Feltri, oggi direttore di “Libero”, allora inviato del “Corriere”: «Assolto lo squalo, si cerca l’assassino», fu il titolo del suo articolo, uno fra i tanti che spargeva velenosi e falsi dubbi. La famiglia di Costanzo ha chiesto giustizia in tribunale con ampia soddisfazione.
LA LUCIDITÀ DI MUNAFÒ
Munafò offrì una sintesi impeccabile: «Tutti i tasselli dell’indagine combaciavano. Non credere nella versione dello squalo è credere in una versione ancor più inverosimile». Non era semplice gestire quel caos. Dalla Torraccia a Rimigliano, la spiaggia era una curva da stadio, piena di famiglie con tavolo da pic-nic e binocolo per osservare operazioni di ricerca e battute di pesca con tanto di gabbie da sub, pessima imitazione di quelle dei documentari di Jacques Cousteau. C’erano anche le trappole galleggianti, con ami giganti e mezzi quarti di bue come esca: quando il mare ne portò via una, tutti pensarono a torto al blitz del bestione.
GLI SQUALI SQUARTATI
E che dire degli squali elefante, che non hanno denti e si cibano di plancton, squartati sulle banchine subito dopo la pesca alla ricerca di tracce dell’aggressione. Nel “dopo” si scatenò anche una specie di circo trash. In Capitaneria c’era la fila di improbabili personaggi che facevano a gara a chi la sparava più grossa: da chi voleva mettere in piedi cacce subacquee con minisommergibili a pedali a chi si presentava come chiaroveggente dicendosi in grado di indicare il nascondiglio dello squalo grazie a messaggi di extraterrestri. E poi, docenti universitari pronti a far passare denti fossili nei fori provocati dallo squalo nella cintura da sub di Costanzo. Munafò, anni dopo, la raccontò così: «Dicevo a tutti che il loro contributo era importante. Li lasciavo sfogare, così non facevano danni».
UNA LEZIONE PER TUTTI
Accanto a questi strani personaggi ci furono per fortuna anche quelli che ci aiutarono a ricordare che gli squali nel nostro mare ci sono sempre stati e ci sono ancora. Nei mesi precedenti alla tragedia c’erano stati peraltro numerosi avvistamenti nelle nostre acque, anche da parte di persone assolutamente credibili, come quelli di un gruppo di agenti del commissariato di Piombino, con l’ispettore Valerio Franceschini che venne a raccontarcelo in redazione con una faccia che lasciava trasparire reale sgomento. Queste testimonianze tornarono naturalmente alla luce e furono sviscerate in ogni sfaccettatura. Nacquero poi inevitabili collegamenti con altri casi di sub mai ritrovati in passato, rispuntarono vecchie foto di catture di bestioni simili a quelli dell’aggressione, al Giglio, all’Argentario, all’Elba o a Capraia. Per qualche anno andare al mare, specie a Baratti, non fu più la stessa cosa. Ogni volta che sul fondo si vedeva un’ombra, fosse anche quella delle posidonie, era un tuffo al cuore.
LA SUGGESTIONE
E anche anni dopo la suggestione ha continuato a inseguirci. Fino al punto da farci ripiombare nel film di Spielberg quando una barca di pescatori piombinesi fu attaccata da uno squalo bianco fra l’Elba e la Corsica. La barca era la stessa sulla quale si trovavano l’ingegner Bader e il figlio di Costanzo quel 2 febbraio del 1989. Un caso, certo, ma in quel periodo parlare di caso era impossibile.
L’OLTRAGGIO
Poi, molto tempo dopo, il tempo ha lenito le paure ma non attenuato i ricordi di chi quei giorni li ha vissuti. Fin troppo, perché la memoria a un certo punto è andata smarrita e nell’estate del 2015 c’è chi ha messo in vendita nei chioschi di Baratti delle magliette con le fauci dello squalo spalancate e la scritta “Enjoy Baratti”. Te le trovavi di fronte quasi come se spuntassero dal niente, dopo la classica sequenza da bazar estivo: gommone, maschera, palette, secchiello, retino da pesca, racchettoni e creme abbronzanti. Ed erano come una pugnalata al cuore, almeno per chi era in grado di capire e di indignarsi. Sì, perché per chi l’ha visto da vicino, quello strano febbraio che sembrava maggio, il mare non è più stato lo stesso. –
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