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Robotica, Paolo Dario: «Connessione ma anche vivibilità, Livorno può diventare l’Ovosodo Valley»

Mauro Zucchelli
Robotica, Paolo Dario: «Connessione ma anche vivibilità, Livorno può diventare l’Ovosodo Valley»

I talenti fuggono dalla California perché costa troppo. Paolo Dario, lo scienziato livornese padre della robotica: «Possono arrivare qui, a patto di saperli attrarre. La sfida è essere ingegneri all'Ardenza»  

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LIVORNO. Dalla tasca tira fuori il post-it di un collega: 600mila dollari il prezzo di un monolocale né brutto né bello a San Francisco (più 300 euro al mese di spese condominiali), 975mila invece qualcosina di appena meglio a Palo Alto. Sulla scrivania, l’Economist di fine agosto che mette in copertina due “nerd” in fuga in monopattino dalla Silicon Valley. «Possibile che qualcuno voglia scappare a gambe levate dal posto che tutti immaginano come il più figo del mondo? Possibile sì: colpa dei costi delle case ormai entrati in orbita, ma non solo». Per Paolo Dario, lo scienziato livornese “padre” della biorobotica, prof di bioingegneria industriale all’Istituto di biorobotica del Sant’Anna, bisogna partire da qui per ragionare di innovazione. E ascoltare la battuta che la rivista-bibbia del capitalismo internazionale attribuisce a Ajay Royan, laurea a Yale e “mente” del fondo Mithril Capital Management che investe in aziende tecnologiche ad alto potenziale: «Come si fa a fondare una startup in un garage, se i garage nella Silicon Valley costano qualche milione di dollari?».

La crisi della Silicon Valley nessuno la misura ancora in termini economici di caduta dei profitti, «ma in fatto di vivibilità sì», aggiunge Dario. «E, nell’economia delle intelligenze, se i cervelli fuggono, prima o poi se ne andranno anche le aziende: non è forse vero che i giganti della new economy se ne stanno andando via da lì che pure era l’Eldorado?».

Ma noi che la Silicon Valley possiamo guardarla di lontano come un miraggio di futuro, che cosa c’entriamo con la California?

«C’entriamo, eccome. Dimostra una cosa: nell’economia del web puoi lavorare dovunque, quel che importa è la connessione».

Tutt’al più possiamo sperare di inventarci come Ovosodo Valley…

«Sia chiaro, è importantissima l’infrastrutturazione tecnologica: o c’è ed è affidabile o sei tagliato fuori. Devi poter dialogare in rete con Hong Kong dallo chalet di Ardenza o dalla Terrazza Mascagni. Indispensabile, però non basta. L’elemento sempre più importante è un altro: la vivibilità. Sta lì l’attrattiva: invece, diciamolo, la Silicon Valley non è questo granché».

Siamo in tempi di Banfi all’Unesco ma sembra di ascoltare Fantozzi che se la prende con il film sulla corazzata Potemkin…

«Invece ogni tanto ci vuole un Fantozzi che lo dica: meglio Calafuria, ma cento volte…».

Guardi che stiamo rapidamente ruzzolando a dire che è “meglio disoccupato all’Ardenza che ingegnere a Milano”…

«Ci siamo baloccati per troppo tempo con quest’idea: serve per consolare chi ha talento e pensa di poterlo mettere a frutto solo facendo la valigia ma anche chi bighellona nel comodo piccolo orticello domestico senza mai mettersi alla prova. Bisogna fare un salto: cari ragazzi, costruitevi un futuro come ingegnere all’Ardenza...».

O a Quercianella o alla Bellana, con vista su piazza del Luogo Pio o sui boschi di Montenero…

«Il problema è cosa dev’essere un ingegnere. Anzi, cosa dev’essere l’innovazione. Quasi sempre è vista come una piccola novità incrementale: il telefonino che faceva 10 funzioni, poi ne farà cento e fra un anno mille. Poi ci sono svolte che cambiando del tutto il paradigma: la novità non è un pezzettino un po’ più avanti bensì qualcosa che muta l’orizzonte».

Cosa ci vuole?

«Potrei cavarmela con una battuta: quel che abbiamo già (cioè la nostra storia, il nostro lungomare, il nostro clima, il nostro stile di vita) e quel che non abbiamo ancora (la capacità, la determinazione, la “scintilla”). Obiettivo: l’ambizione di costruirci un futuro di novità anziché rassegnarci a una decrescita infelice. Ma lo sa che uno dei posti più attrattivi per i giovani talenti sta diventando Lisbona?».

Sì, ma sta dribblando la domanda: cosa ci vuole?

«Smettiamola con l’idea degli incubatori: è roba da 1.0. Il capannone condiviso al Picchianti poteva andar bene vent’anni fa: non rinnego nulla, ma ora lo farei in piazza Garibaldi o in via Ricasoli. Anzi, no: forse meglio l’incubatore “diffuso”, un po’ sull’esempio dell’ “albergo diffuso” che distribuisce l’ospitalità sul territorio in un’idea comune. Del resto, cosa serve? Scrivania, sedia, pc…».

… e connessione.

«Certo, lo davo per pacifico».

Insomma, l’attrattività si fa con una città “smart”.

«Le confesso che mi domando spesso: ma è più “intelligente” una città con una rete 5G o la Firenze del Cinquecento in cui Leonardo, Raffaello e Michelangelo camminavano insieme? Chi veniva in quella città medicea sapeva di trovare la Bottega del Verrocchio dove avrebbe incrociato i migliori artisti dell’epoca. Per esser brutali: più che una città “smart”, sono necessari cittadini “smart”».

Miracolo: lei sta dicendo che la “sindrome del Romito”, cioè la fascinazione che il nostro mare esercita, possa diventare una risorsa attrattiva di talenti prima che di turisti, anziché la condanna al “Lungomai” di Simone Lenzi…

«Lungi da me l’elogio del vitellone senza responsabilità né talento. Ma bisogna renderci conto che le intelligenze sono attratte dalla qualità della vita che un territorio sa garantire. La connessione elimina i limiti di spazio e ci restituisce la libertà di vivere dove vogliamo. Ecco perché bisogna essere attrattivi: la robotica è l’opportunità che sconvolgerà ogni assetto».

Nella manifattura domina la Cina, nel digitale gli Usa…

«Ma se guardate nelle tecnologie della manifattura 3D additiva e nella robotica il cuore dello sviluppo batte soprattutto in Europa. O lo capiamo arrivando agli Stati Uniti d’Europa o siamo condannati a fare da sgabello alle due grandi potenze, Stati Uniti e Cina». 
 

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