Il Tirreno

Toscana

LA GUERRA AL NARCOTRAFFICO 

I chicchi di caffé erano 644 chili di coca

Federico Lazzotti
I chicchi di caffé erano 644 chili di coca

Livorno, sequestro record nel porto toscano che si conferma il crocevia del traffico internazionale dal Sud e Centro America

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Stavolta la droga, un fiume di cocaina, 644 chili per un valore di 130 milioni di euro (il bilancio di un Comune di medie dimensioni o i soldi necessari per acquistare quattro volte l’attaccante Piatek), era nascosta in ventitré borsoni bianchi sistemati in un container arrivato a metà gennaio nel porto di Livorno.

A leggere la bolla d’accompagnamento all’interno doveva esserci un carico di chicchi di caffé partito da Puerto Cortés, in Honduras, con destinazione Spagna – prima Barcellona poi Madrid – dopo essere transitato dalla scalo di Moin, in Costa Rica. Al contrario, aprendo i borsoni dove erano sistemati anche dei congegni gps che servono ai trafficanti per non perdere il contatto con il carico, finanza e Agenzia delle Dogane hanno scoperto 582 panetti di cocaina. Stampate su uno sfondo verde due lettere “DB”, probabilmente il marchio dell’organizzazione che ha pianificato la spedizione del carico che si sarebbe trasformato in tre milioni di dosi da mettere sul mercato.

È questo l’ultimo, e il più importante capitolo, della guerra al narcotraffico e alle mafie che da quattro anni si combatte ogni giorno nel porto labronico, sempre più crocevia dei grandi traffici di sostanze stupefacenti che dal Sud America arrivano in Europa come ricorda nell’ultimo dossier il procuratore capo di Livorno Ettore Squillace Greco.

Un sequestro record, il più importante negli ultimi dieci anni, che ha spinto il ministro dell’Interno Matteo Salvini a scrivere su Twitter: «Un’operazione enorme, eccezionale. Grazie a nome di tutti gli italiani» L’effetto, invece, lo spiega il comandante provinciale della fiamma gialle Gaetano Cutarelli: «Il sequestro rappresenta anche un danno alla criminalità organizzata, e un passaggio importante nella tutela dell’economia del mare».

Adesso, però, si apre un capitolo ancora più complesso: il tentativo della Procura di Livorno e della Direzione distrettuale antimafia di risalire all’organizzazione che ha ideato la spedizione e che potrebbe avere una ramificazione anche in Toscana e basisti in città. Anche perché è proprio questo lo schema ricorrente che raccontano le ultime inchieste sul traffico di sostanze stupefacenti che ha riguardato il porto di Livorno.

A cominciare da quella legata all’omicidio Giuseppe Raucci, il broker ucciso a Tirrenia, il 9 dicembre 2015 per aver tradito l’organizzazione sostituendo la cocaina che arrivava dalla Colombia con dello zucchero. È da questo delitto che è stato possibile risalire a un’organizzazione tosco-calabrese, legata alla ’ndrangheta che gestiva il traffico. Da quel giorno di sequestri importanti ne sono seguiti altri tre. Il più incredibile – c’è ancora un’indagine in corso – risale al 5 maggio 2017 quando tra la Terrazza Mascagni e lo specchio di mare davanti all’Accademia vengono ritrovati una decina di zaini legati e tenuti a galla da alcune zavorre. Dentro ci sono 200 chili di cocaina purissima divisi in panetti con stampato sopra il simbolo della Porsche, altro marchio di fabbrica dei narcos colombiani. Tra marzo e luglio dell’anno successivo altri due sequestri record: 200 chili di cocaina trovati dentro a un container che doveva trasportare ananas: valore 40 milioni di euro. E il 27 luglio 19 milioni di cocaina nascosti in due sostegni all’interno di una cisterna dove erano stoccati quintali di trote salmonate.

Il primo caso è stato risolto in buona parte a ottobre quando la Dda di Milano ha arrestato 29 persone, prevalentemente italiani (ma due di loro vivevano nella zona di Barcellona), proprio il porto di destinazione del container di caffé macchiato alla cocaina. —

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