Gioco
Ha 21 operai fantasma, primo cinese indagato con la legge sul caporalato
Secondo l’interpretazione innovativa, deve rispondere di sfruttamento del lavoro dei connazionali clandestini tutti in ditta senza contratto
prato. A Prato non ci sono caporali e non ci sono schiavi, checché ne dicano i luoghi comuni, ma c’è un esercito di operai cinesi sfruttati dai loro connazionali confezionisti. Ed è per questo che una settimana fa è stato applicato per la prima volta l’articolo 603 bis del Codice penale, una norma di recente introduzione che punisce sì l’intermediazione illecita, cioè il caporalato, ma punisce anche lo sfruttamento del lavoro, che è la vera piaga del distretto parallelo cinese. A farne le spese è stato Miao Kedan, uno dei tanti confezionisti alla guida di aziende fantasma. Non si può definire altrimenti la ditta di via Sabotino dove, hanno accertato i carabinieri, in poche settimane sono stati impiegati 21 dipendenti, quasi tutti clandestini e senza uno straccio di contratto. L’unica dipendente registrata è la compagna di Miao, anche lei indagata per lo stesso reato.
Agli operai fantasma stava bene così. Lavoravano dalle 13 alle 16 ore al giorno con tre pause di dieci minuti e dormivano stipati insieme ai padroncini in un appartamento di 95 metri quadri, ma quando i carabinieri hanno fatto irruzione nella confezione di via Sabotino, facendosi aprire una corte interna dalla vicina di casa (che poi è stata pesantemente minacciata), hanno cercato di nascondersi sotto le macchine da cucire. Questo ai fini del reato non cambia nulla: lo sfruttamento di un lavoratore in stato di bisogno è ampiamente provato dalle immagini delle telecamere nascoste piazzate dai carabinieri. E il reato ipotizzato è più grave di quello che finora veniva contestato ai confezionisti cinesi, cioè lo sfruttamento della manodopera clandestina. Male che andasse, rischiavano di passare una notte in caserma. Ora rischiano di stare un bel po’ in carcere, come è capitato a Miao Kedan, e una condanna da uno a sei anni.
Il problema è che per accertare questo tipo di reato non basta fare irruzione in azienda e trovare i clandestini o gli sfruttati al lavoro. Servono indagini lunghe e complesse, indagini che non possono essere la norma, per mancanza di risorse. Resta l’effetto deterrente, in un settore dove comunque sono in ballo tanti soldi e dove nessuno può permettersi di fermarsi. Il prossimo passo sarà l’estensione della norma ai committenti, cioè ai pronto moda. —
Paolo Nencioni
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