Il dolore
Robot, spazio e oggetti in 3D: una terrazza sul mare e sul futuro
Mauro Zucchelli
C’è una Livorno supertecnologica che va oltre il cliché della città in declino. E la ricerca ormai è la prima fabbrica
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Altro che la via Gluck di Adriano Celentano spaesato di fronte al progresso che gli mangia l’erba sotto i piedi. Camminando per via Enriques, estrema periferia nord ai confini del nulla, restiamo ancor più sgomenti noi oggi perché a divorarci l’orizzonte non è un futuro di cemento e asfalto: è il deserto della Grande Fabbrica che non c’è più. Là dove c’erano migliaia di tute blu a guadagnarsi non solo la pagnotta ma anche una visione del proprio posto nel mondo, adesso c’è il buco nero di un non-luogo: gli stabilimenti delle multinazionali Delphi e Trw, chiusi da anni, non hanno nemmeno la dignità di rovine da archeologia industriale.
Eppure non è stato ovunque così. Neanche sul fronte della componentistica: si pensi alla Pierburg o alla Magna Closures, che creando qui un’équipe di ricerca hanno in realtà difeso la propria sopravvivenza. Eppure non era stato sempre così. Basti pensare a quant’era all’avanguardia il sistema di iniezione meccanica della Alfaromeo Montreal che avevano messo a punto gli ingegneri della Spica risolvendo la grana dell’alimentazione scovata dai collaudatori. Basti ricordare il bialbero Lampredi progettato da quel livornesaccio dell’ingegner Aurelio per la Fiat 124 Sport Spider (ma anche per le Morgan dal fascino vintage). Basti tener presente che le supercar anni’60 di Giotto Bizzarrini, nipote dell’omonimo prof di Marconi, sono al centro di un culto che in mezzo secolo di disavventure societarie non si è ancora spento. Il meglio di quella tradizione lo ritroviamo nel team di Compolab, che dall’auto si allarga ad altri campi.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.17706559:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2019/01/30/news/l-umanoide-di-leonardo-la-toscana-che-innova-1.17706559]]Del resto, quest’anno cade il centenario esatto del debutto della fabbrica dell’antesignano di tutti questi eccentrici geniacci di casa nostra nel campo dei motori: Silvio Barison nel 1919 crea davanti al Cantiere, a un indirizzo di piazza Luigi Orlando che ora è una casa fra la Parmigiana e il Golden Cafè, una officina da inventore: si era messo in testa di creare un motore in lega leggera. Lo stesso sogno cullato disastrosamente quasi un secolo più tardi da Rossignolo.
L'AUTO E I CONTAINER
Livorno sembra essersi addormentata in una lunga transizione di cui non si vede la fine. Ma se guarda fuori dai 900 posti di lavoro persi in pochi anni dall’industria dell’auto, ecco che torna a saltar fuori quell’idea di innovazione che pure Livorno aveva mostrato alla fine degli anni’60: il primo grande porto ad aprirsi alla nuova era dei container.
Ad esempio, chissà quale impatto avrà sulla geografia dei trasporti – e dunque su porti, banchine e rotte – il gigantismo delle flotte che costringe il porto di Livorno a superare i propri limiti fisici se non vuole condannarsi a una decrescita tanto infelice quanto rapida. Al di là di questo che si coniuga già con i verbi al presente, c’è un dopodomani che ha a che fare con la diffusione di massa delle tecnologie di riproduzione 3D: viaggeranno i file anziché i container? Si arriverà alla smaterializzazione di una parte del ciclo logistico dei prodotti? Del resto, non l’abbiamo già vissuto quando abbiamo smesso di ascoltare le canzoni mettendo sul piatto un Lp 33 giri di vinile per comprare invece un file di i-tunes o l’accesso a Spotify?
IL 3D TARGATO LIVORNO
Livorno è già ora sulle strade della nuova frontiera del 3D con una start-up innovativa nata dalla costola della Scuola superiore Sant’Anna nel campo dei prodotti e delle tecnologie connesse al mondo della fabbricazione digitale, della manifattura additiva e della stampa 3D. Si chiama 3Dnextech, zona Picchianti: intanto punta alla prototipazione rapida e alla “personalizzazione” della produzione. L’ha fondata Andrea Arienti, che dopo il diploma all’Iti e gli studi in ingegneria meccanica si è innamorato della biorobotica nei laboratori allo Scoglio della Regina.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.17709446:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2019/01/31/news/robotica-paolo-dario-connessione-ma-anche-vivibilita-livorno-puo-diventare-l-ovosodo-valley-1.17709446]]Potrebbe essere lì un’altra tappa in cerca della Livorno che verrà e che c’è già: il team dell’ingegner Cecilia Laschi cerca di ispirarsi alla natura per creare robot soft. Come il polpo che grazie alla tripla disposizione delle fasce muscolari ha maturato una iper-destrezza dei movimenti tale da fargli aprire un barattolo o uscire da una trappola con un varco piccino picciò.
Ma perché copiare la natura limitandosi al regno animale? È quel che dev’essersi detta Barbara Mazzolai, ingegnere di Castiglioncello, che la biorobotica l’ha declinata guardando le piante per puntare ai vegetali-robot. Lei e Laschi potrebbero mettere nel curriculum il titolo che è stato conferito loro da Robohub, la comunità degli specialisti del settore: nel 2015 le hanno inserite nell’Olimpo delle 25 scienziate più importanti al mondo in campo biorobotico. Quest’anno vi figura Laura Margheri, anch’essa in passato al lavoro sul polpo labronico. Non è un caso se ormai da anni viene scelta Livorno come sede dell’assise internazionale di biorobotica che culmina con la sfida fra giovanissimi talenti.
COSI' SI ENTRA IN ORBITA
Livorno ha raggiunto con i suoi studenti la finalissima di Zero Robotics ormai per la settima volta (e per la quarta è finita sul podio). Ecco che qui si finisce per girare il naso all’insù verso il cosmo: ha sede all’ex fabbrica tessile Barcas (sulla provinciale per il Gabbro) l’azienda aerospaziale Kayser della famiglia Zolesi, una delle più importanti imprese europee nel campo delle scienze della vita non qui sulla Terra bensì lassù nel cosmo. In più di un quarto di secolo hanno mandato in orbita 107 esperimenti in oltre 60 missioni spaziali lanciando, caso più unico che raro, con vettori russi, americani e cinesi. Con un obiettivo dichiarato: studiare la fisiologia umana per migliorare le cure delle patologie cronicizzate negli anziani e, al tempo stesso, approfondire la conoscenza dei limiti degli astronauti in vista della missione con destinazione Marte.
DISTRETTO AEROSPAZIALE
Ma la Kayser è solo la punta di diamante di una sorta di distretto aerospaziale in questo territorio. Livornesi sono anche realtà come Fly-By o Wiser. Livornese è più di metà dell’équipe di Toscana Spazio: il presidente Marco Luise (Università di Pisa e Wiser) così come i consiglieri Bruno Casali (Ingegneria dei Sistemi), Salvo Marcuccio (Università di Pisa), Francesco Petroni (Sitael), David Zolesi (Kayser) e Emilio Simeone (Flyby). Da aggiungere che livornesi sono Riccardo De Gaudenzi (capo-divisione all’Agenzia Spaziale Europa), Riccardo Bardelli (alto dirigente del gigante Eutelsat) e Armando Buccheri (per lungo tempo ai vertici di Selex settore spazio), solo per citarne alcuni. Senza contare che, con Aerospazio Tecnologie, sta mettendo radici a Guasticce un polo di ricerca nella robotica del cosmo…
L’alta tecnologia serve per andare nel blu dipinto di blu: nel cosmo sì ma anche negli abissi. La Drass dell’imprenditore Sergio Cappelletti è la “prima della classe” su scala planetaria nelle camere iperbariche, dopo aver scalzato la leadership dei tedeschi di Draeger e dei britannici di James Fisher: attrezzature per lavori a grandi profondità (oltre i 300 metri) che richiedono tempi di decompressione anche di settimane. Nel raggio di 200 metri fra Cigna e Corea troviamo anche altre due imprese high tech che lavorano sull’alta qualità tecnica: la ErreDue (generazione di idrogeno e azoto ad alta purezza) e la Hwm (serbatoi criogenici).
L’elenco potrebbe essere lungo e finire ovviamente per includere realtà industriali: medie come Dialog (acquistata da Apple perché il team di ingegneri, compresi quelli della sede livornese a Porta a Mare, è strategico nella produzione di chip); piccole come Oimmei (che si affida alle app per aiutarti a scegliere il bus o a tenere sotto controllo il figlio nel tragitto verso la scuola); grandi come Azimut Benetti (che fa dei propri superyacht uno scrigno di tecnologia d’avanguardia, a partire dalla stabilizzazione della navigazione) oppure come Leonardo (che fabbrica siluri ma negli ultimi anni si è orientata a diversificare nel monitoraggio ambientale le tecnologie militari). Al di là del susseguirsi dei nomi, quel che sta cambiando è il rapporto con la ricerca.
LA FABBRICA DELLA RICERCA
Benché lontano dalle quantità dei laboratori dell’ateneo pisano, già ora i tanti piccoli gruppi di ricercatori – anche nel polo universitario di Villa Letizia o al team del Tecip del Sant’Anna distaccato all’Authority – se sommati insieme, dal punto di vista anche solo numerico rappresenterebbero la principale fabbrica del comprensorio. Nell’ex città delle tute blu, che ha il tasso di disoccupazione quasi da Sud, è più di una novità: è una rivoluzione.
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