Il Tirreno

Toscana

CINQUANT'ANNI FA

Caso Lavorini, l'infanzia delle stragi e dei depistaggi

di Corrado Benzio e Flavia Piccinni
Caso Lavorini, l'infanzia delle stragi e dei depistaggi

Il 31 gennaio 1969 l'Italia affonda nell'incubo del rapimento di un bambino: Ermanno Lavorini, 12 anni. Un caso, quello accaduto a Viareggio, che ha segnato la cronaca italiana e che resta nella memoria anche per i suoi depistaggi. A lungo viene alimentata la pista della pedofilia. Ma il rapimento - e poi l'uccisione - serviva al Fronte monarchico per finanziare gli attentati

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Me lo restituiranno dopo Carnevale. Papà Lavorini sperava ma in quella frase che dirà ai giornali c’era un’idea che poteva sembrare bizzarra. Che il rapimento del figlio Ermanno, 13 anni da compiere, avesse in qualche modo a che fare con la bruttissima aria che si respirava in quel gennaio del 1969 a Viareggio e nella Versilia. Me lo restituiranno dopo Carnevale, una frase che lascia intravedere uno scenario: che a Viareggio si volesse aumentare la tensione, già fortissima, esplosa dopo i fatti della Bussola. Sono passati 50 anni, mezzo secolo, va fatto quindi un riepilogo.

Fu rapimento politico-eversivo, si inventarono il movente gay


A gennaio 1969 Viareggio fa svegliare l'Italia con l'incubo della sparizione di un bambino
di Corrado Benzio


PREPARATE 15 MILIONI


Il 31 dicembre del 1968 viene contestato il veglione di Capodanno alla Bussola di Focette. In piazza c’è Adriano Sofri a guidare studenti venuti da mezza Toscana. Uno rimane ferito: si chiama Soriano Ceccanti e resterà paralizzato da un proiettile che lo colpirà alla schiena.

Giusto un mese dopo, il 31 gennaio, venerdì antivigilia del primo corso di Carnevale, una telefonata arriva a casa Lavorini. «Ermanno non torna a cena, preparate 15 milioni». La telefonata la riceve la sorella Marinella che urla: hanno rapito Ermanno. A sera tutta Viareggio sa del bambino rapito. Il giorno dopo lo saprà tutta l’Italia e per la città inizierà il calvario. Indagini, rastrellamenti, stupidaggini dette dai migliori investigatori mandati da Roma («O’ guaglione a’ da mangiare – fa un appello il questore Iovine – se qualcuno compra un etto di mortadella più del solito, segnalatelo»), sensitivi. Tanti, tantissimi mitomani. Ma anche investigatori non proprio specchiati, soprattutto nell’Arma.

SEPOLTO IN SPIAGGIA

Ermanno viene ritrovato cadavere il 9 marzo sulla spiaggia di Marina di Vecchiano, seppellito sotto pochi centimetri di sabbia. L’autopsia non rileverà granché, giusto che è morto il giorno del rapimento e che non ha subito alcuna violenza sessuale (Wikipedia dice il contrario a conferma della frequente inattendibilità della rete).

IL PRIMO RAPIMENTO DI BAMBINI IN ITALIA

Fu il primo rapimento di un bambino in Italia. E forse in Europa se i giornali dovettero andare a ritroso fino al caso di baby Lindbergh, figlio del celebre aviatore. Dopo il funerale seguito da una folla inferocita, inizia il massacro di una città. Scoperti i tre protagonisti del goffo rapimento (Ermanno si ribella e viene picchiato a morte), iniziano a raccontare versioni di ogni genere. Sono ragazzi di vita, si prostituiscono in pineta e nasce così la pista sessuale, anzi omosessuale, anzi degli invertiti. Filone amato dai carabinieri che strappano in qualche modo l’indagine alla polizia. Due le vittime del filone omosessuale.

LE VITTIME DELLA PISTA OMOSESSUALE

Il primo è Giuseppe Zacconi accusato ingiustamente di pedofila. Deve rivelare ai giudici di essere impotente e verrà scagionato. Ai giornali lascerà una frase che è una sentenza: «Mi hanno tolto la merda di dosso, ma il puzzo è rimasto». Era figlio del grande attore Ermete Zacconi, morirà di crepacuore pochi mesi dopo.

Ma il vero personaggio tragico è Adolfo Meciani. Proprietario di uno stabilimento balneare, pokerista, soprattutto grande playboy della ruggente riviera. Donne tante? Figuriamoci è una maschera. Lui ama appartarsi con i ragazzini, che una volta fatta la frittata (la morte di Ermanno) lo ricattano per avere soldi e aiuti. E poi lo accusano. Cose pesanti: Ermanno rapito per diventare il frutto proibito da portare al Meciani. Che finisce in clinica, sottoposto anche a una serie di elettrochoc. In queste condizioni viene arrestato, rischia il linciaggio fuori dalla caserma dei Carabinieri, finisce al Don Bosco a Pisa. Dove si impicca, senza che nessuno avesse tenuto conto della cartella clinica. Morirà dopo settimane di agonia.
 

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I POLITICI ACCUSATI

Nel tritacarne finiranno anche il sindaco e il presidente dell’azienda di soggiorno. Entrambi socialisti mentre a Viareggio dal Comune erano stati cacciati dopo 40 anni i democristiani per far salire una giunta di sinistra. Troppo per una città aizzata dalla presenza di Junio Valerio Borghese, il principe nero. Ma anche da Sergio Boschiero, presidente del Fronte giovanile monarchico.

IL FRONTE MONARCHICO

Sarà un giornalista ad indicare la svolta nelle indagini. Si chiama Marco Nozza e scrive per Il Giorno. Quando intervista Marco Baldisseri, autore materiale del rapimento, solo 16 anni, nota un distintivo all’occhiello. «È del fronte giovanile monarchico, ma se scrive qualcosa lo denuncio». Alla fine nasce tutto da lì, dal fronte giovanile monarchico dove si organizza il rapimento di Ermanno. Il fine è fare soldi per progettare attentati e salire nella considerazione dei capi romani.

Anche a sinistra, ma nell’estrema, si intuiscono cose e un volantino indica ai carabinieri di puntare su via della Gronda, alla periferia di Viareggio. Ma la sede del movimento è stata chiusa, soprattutto sono spariti i registri, dove forse c’è anche il nome di Ermanno.

IL PROCESSO 6 ANNI DOPO

L’indagine ha una svolta, ma al processo – apertosi con grande ritardo, 6 anni dopo – alla fine prevale ancora la tesi dei festini. Pm è il dottor Sellaroli, che poi lascerà la magistratura per fare l’avvocato, protagonista di un altro brutto caso, quello della morte dell’anarchico Franco Serantini a Pisa. Solo nel 1976 in appello si parlerà di un disegno pseudo-politico. Condannati i tre protagonisti: Marco Baldisseri, Rodolfo Della Latta e Pietro Vangioni. Pene lievi, confermate in Cassazione.

I CONDANNATI

Sono tre squattrinati o quasi, non ci saranno risarcimenti per le vittime. Neppure Viareggio verrà risarcita. Come scriverà Marco Nozza giornali e tv calarono a frotte quando si parlava di orge e festini. Pochi e quasi tutti locali, i giornalisti ai processi. Ma era normale così. Nel frattempo ci sarà la strage di piazza Fontana, il terrorismo e lo stragismo. Così nella memoria il caso Lavorini resterà «una storia di finocchi». Dimenticata anche dalla sinistra, come sottolineava con grande lucidità Pier Paolo Pasolini che non vedeva nel Pci un grande difensore dei diritti civili. Viareggio ci metterà tanto a riprendersi. Eppure era la città di Mario Tobino, Cesare Garboli, Mario Monicelli. Era la città del premio Viareggio, in giuria Pasolini e Moravia, Umberto Eco e Ungaretti.

La città non si piegò ma non le fu neppure restituito l’onore. Io e il mio collega Roberto Bernabò ci provammo 20 anni dopo il caso. Scrivemmo un libro per raccontare la verità. Fummo anche censurati al caffè della Versiliana. Oggi, a 50 anni da quei giorni sconvolgenti, i protagonisti di quella vicenda sono ancora vivi, ma ormai passati alla storia. –

(Corrado Benzio ha scritto con Roberto Bernabò “L’infanzia delle stragi – Il caso Lavorini” ed. Reverdito, 1989)
 

 

Le tappe e le condanne

 

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Le false confessioni e il "polverone ad arte"


La vicenda ricostruita nel libro-inchiesta di Sandro Provvisionato
di Flavia Piccinni


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Ermanno Lavorini era un bambino e viveva a Viareggio. Sandro Provvisionato era, invece, un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al giornalismo. Ermanno Lavorini aveva 12 anni e 12 anni avrà per sempre: il 31 gennaio 1969, 50 fa, scompariva. E, come le cronache racconteranno, venne ritrovato morto a Marina di Vecchiano. Provvisionato, invece, è venuto a mancare alla fine di ottobre 2017, ma prima è riuscito a consegnare un libro appena pubblicato da Chiarelettere: “Il caso Lavorini – Il tragico rapimento che sconvolse l’Italia” (pp. 132, € 15).
 

Nel testo – che pare un romanzo, ma è storia vera - Provvisionato ricostruisce con meticolosità e una gradevole scrittura il primo rapimento di un bambino nel nostro Paese. Lo fa mettendo in fila le confessioni false, gli errori della polizia (uno su tutti: la bicicletta del povero Ermanno), la guerra di tribunale fra Lucca e Pisa, i linciaggi mediatici, la caccia alle streghe contro gli omosessuali della pineta di Viareggio, l’ossessione (antichissima e di straordinaria attualità) che vede nel diverso un nemico.
 

Per chi non lo ricorda, il caso Lavorini all’epoca fu un vero e proprio scandalo, alimentato da «27 trasmissioni televisive, 300 passaggi radiofonici, 22 inviati speciali. Un dramma che sconvolge l’Italia intera, eppure è solo l’inizio di una ricerca della verità che si trasforma in una caccia al mostro violentissima, travolgendo le vite di tanti innocenti imputati per un presunto delitto sessuale che non è mai esistito».
 

Il punto di vista di Provvisionato – espresso nella consueta fulminante sintesi da Pier Paolo Pasolini con: “Nel lanciare le loro accuse, gli imputati del caso Lavorini sanno di far piacere all’opinione pubblica, sanno di obbedire a una necessità di odio dell’opinione pubblica” – non si ferma dunque alla ricostruzione, ma aiuta il lettore a capire un’Italia che è prodromo di quella attuale. Un’Italia fatta di paure e di ignoto, di bassezze e di angosce.


Un’Italia che non ragiona con la testa, ma con la pancia, e che rincorre la necessità perenne dell’opinione pubblica di individuare un colpevole. Un colpevole possibilmente rassicurante, identificato all’inizio per Ermanno Lavorini nei “capovolti”. Fra giudici e forze dell’ordine, nomi e cognomi che nulla hanno a che vedere con il delitto, i media che si rivelano nella loro incredibile violenza, capace di annullare vite e reputazioni, Provvisionato chiarisce come solo dopo anni la cornice politica del rapimento inizi a emergere: «Il fatto fu preparato durante le riunioni nella sede del Fronte monarchico. Con i soldi del riscatto di Ermanno si dovevano comperare degli esplosivi che sarebbero poi serviti per compiere una serie di attentati».


Per gli smemorati basti ricordare che siamo nell’anno di piazza Fontana. Quando l’innocenza italiana – a patto che sia mai esistita – non fu più la stessa. —
 

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