Sicurezza
Il prof che a Pisa "okkupava": "Blitz da vandali ma lottare forma"
Danti, ex assessore, insegna al liceo dove era leader della protesta. "Sto con i ragazzi scesi in piazza che condannano la devastazione"
PISA. «Io sto con gli studenti, ma quelli scesi in piazza e poi ricevuti dal sindaco, quelli che si sono arrabbiati con i compagni che hanno devastato il Matteotti sporcando le loro rivendicazioni». In fondo Dario Danti, 41 anni, ex assessore alla cultura a Pisa, è un prof nato sulle “barricate”. Oggi insegna storia e filosofia al liceo scientifico Dini, 26 anni fa lo occupava, era uno dei leader della protesta. Da settimane è anche un “disobbediente”. Porta i pisani in piazza contro l’ordinanza anti-degrado firmata Lega.
Danti, ci scandalizziamo per nulla?
«No. Ma io sto con i ragazzi rimasti fuori che hanno contestato questi sette o otto vandali. Di questo si tratta: vandalismo. Delinquenti. Da condannare senza se e senza ma. Attenzione però: non facciamo di tutta un’erba un fascio. Conosco molti dei ragazzi che oggi sono scesi in piazza, anche i più politicizzati, e sono estranei alla devastazione. Anzi, la condannano».
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Neppure lei ha disdegnato la lotta dura.
«Vero, nel ‘93 occupammo il Dini contro il “tagliaclassi” della Iervolino e nel ’94 contro il primo governo Berlusconi. Ma durante la mobilitazione ridipingemmo aule e corridoi, coinvolgemmo i docenti, e la protesta fu decisa in assemblea. Qui un gruppetto ha deciso con le cattive».
Il caos è scoppiato perché non c’era la politica?
«Io parlo di studenti politicizzati intendendo chi vive la scuola come una polis. Per me quell’esperienza fu formativa e credo lo sia per tutti i ragazzi che da giorni, da Pisa a Livorno, chiedono scuole sicure».
Cosa ha spinto i vandali?
«La voglia di fare una bravata, c’è un certo livello di tracotanza e prepotenza. E qui dovremo interrogarci sul nostro ruolo di educatori e su quello delle famiglie».
C’è chi ha postato le immagini del blitz sui social, vantandosene.
«Fai una storia su Instagram dove spacchi tutto, prendi un sacco di like e accresci la tua autostima. Anche questo è bullismo, non contro una persona ma contro una comunità».
La scuola sembra impreparata a gestire questa dimensione.
«Dobbiamo porci il problema, ma non basta un corso di aggiornamento a qualche app. Serve mettersi in ascolto, condividere paure e bisogni. I ragazzi oggi cercano di scavalcare il rapporto sacerdotale cattedra-banco. Ma non è che in passato non ci siano state occupazioni sfuggite di mano. Non venivano amplificate dalla viralità digitale. Distinguiamo fra protesta legittima e atto sbagliato. La mobilitazione non deve diventare uno stigma».
C’è chi considera l’occupazione un rito stanco, inutile.
«Lo è se viene decisa senza consenso e motivazioni, senza partecipazione, senza politica». —
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