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La Circe della Versilia seppellita all’alba: nessuno va sulla sua tomba
Ad Arezzo non viene celebrato il rito funebre: al cimitero neppure i figli. La vicina di casa: «Viveva con due cagnolini, la sua storia fa solo tanta tristezza»
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FORTE DEI MARMI. Ha lasciato questo mondo da sola. Un addio alla luce fioca dell’alba, senza riflettori né flash. E senza persone intorno a chiedere i perché e i percome di una vita che è sembrata un romanzo noir. Ma la tragedia era vera, il sangue era vero. Così come il dolore, mai rimarginato.
Maria Luigia Redoli, la Circe della Versilia che lunedì scorso è morta a 80 anni all’ospedale di Arezzo, è stata sepolta mercoledì mattina all’alba nella città dove era andata a vivere. Perché in zona abita il figlio Diego Iacopi, che fa l’allevatore di cani a Monte San Savino ed è l’unico che in qualche modo le è rimasto accanto. L’unico che l’andava a trovare quando stava male e che si è fatto carico dell’ultimo viaggio della madre. L’altra figlia della Redoli, Tamara, ha deciso di restarne fuori. Le ferite e le accuse reciproche non si sono mai suturate. Forse anche per questo nessun rito funebre è stato celebrato: solo il semplice trasporto dall’obitorio dell’ospedale al cimitero di Arezzo. E nessuno, tranne gli uomini incaricati dell’operazione, ha fatto compagnia alla Circe. Nemmeno lo stesso Diego. L’unico gesto di pietà, un fiore che qualcuno ha messo sulla bara di Maria Luigia all’obitorio.
Ma lì all’ospedale, dove la curiosità è arrivata inevitabile, non si sa dire chi sia stato: forse una mano pietosa di chi conosceva la sua storia e ha scelto di non condannarla ancora. Oppure un semplice gesto di chi passava di lì e ha fatto ciò che si sentiva.
Maria Luigia Redoli è stata la protagonista del giallo forse più famoso di sempre: l’omicidio del marito Luciano Iacopi, assassinato con 17 coltellate il 17 luglio 1989 nel garage della sua villa di Forte dei Marmi. La Redoli, dopo un’assoluzione in primo grado, nel 1991 è stata condannata in via definitiva come mandante del delitto, assieme all’amante, il carabiniere Carlo Cappelletti, di 27 anni più giovane. Ritenuto l’autore materiale dell’omicidio. Un delitto che sarebbe stato compiuto dai due amanti diabolici allo scopo di sbarazzarsi di Iacopi e mettere le mani su un’eredità da 7 miliardi di lire. Invece Maria Luigia Redoli, soprannominata la Circe, ha passato 24 anni nel carcere milanese di Opera senza vedere un soldo, perché esclusa dall’eredità.
Dopo aver ottenuto la libertà condizionale nel 2015, ha vissuto prima in provincia di Pavia e poi si è trasferita ad Arezzo, in via Leopoldo, zona tribunale. «Sapevo che era malata – racconta la vicina Francesca Pannuzzi, che ha rivelato la notizia della morte – Viveva con due cagnolini e aveva due badanti che si occupavano di lei. Un paio di volte mi è anche capitato di soccorrerla, tra l’altro io studio da infermiera. Io non sapevo neppure chi fosse, sono troppo giovane per conoscere la storia. Che cosa provo? Tristezza. Senza dare giudizi, credo che quella donna abbia scontato la sua pena».
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