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Meyer, ecco il team che cura la tristezza dei bimbi

Luca Signorini
Francesca Maffei
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Francesca Maffei

Un gruppo di 11 psicologi e psichiatri al Meyer di Firenze sostiene piccoli e genitori nella malattia. «Anche i fratelli dei pazienti possono aver bisogno di aiuto, rischiano l’isolamento familiare»

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FIRENZE. Lo psicologo in ospedale lavora con bambini, adolescenti e genitori nella maggior parte dei casi psicologicamente sani: persone che stanno affrontando un «percorso ad ostacoli» molto stressante, con l’esperto che cerca di sostenere i piccoli pazienti e la loro famiglia con l’obiettivo di ridurre lo stress e il rischio che la sofferenza porti all’insorgere di una psicopatologia.

All’ospedale pediatrico Meyer di Firenze c’è il servizio di Psicologia Pediatrica, che fa parte dell’Area dei diritti dei bambini e delle famiglie. La dottoressa Francesca Maffei è la responsabile di un team di nove psicologi, a cui si aggiungono due professioniste dedicate alla Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e al trattamento dei disturbi del comportamento alimentare. Il team effettua circa 9. 000 consulenze in un anno, pazienti da zero a 18 anni.

Dottoressa Maffei, che cos’è la Psicologia Pediatrica del Meyer?

«È un servizio trasversale a tutti i reparti ospedalieri. Lavoriamo nella diagnosi prenatale, nell’alta intensità di cura (terapia intensiva e rianimazione), nell’emergenza-urgenza del pronto soccorso e del Centro ustioni, nell’area della cronicità e delle patologie complesse e acute (oncologia, diabetologia, cardiologia, fibrosi cistica, reumatologia)».

Come si svolge il vostro lavoro?

«Ogni percorso clinico è differente. Nelle cronicità e nelle patologie complesse siamo inseriti nell’equipe medica e conosciamo le famiglie e il piccolo paziente fin dall’inizio, dalla presa in carico con la comunicazione della diagnosi di patologia. La nostra attività si svolge con i pazienti, con i genitori ma anche su eventuali fratelli del paziente, che vivono una forte riorganizzazione familiare e sono a rischio isolamento, perché, ovviamente, i genitori sono concentrati sul figlio malato».

E negli altri casi?

«In una situazione di ricovero veniamo chiamati quando il bambino mostra significativi segni di demoralizzazione e tristezza. Lavoriamo molto anche nella diagnosi prenatale, nel supporto alle coppie che devono prendere una decisione difficile, come quella di interruzione della gravidanza, oppure quando nel feto vengono diagnosticati problemi di salute. C’è poi il caso dei sintomi funzionali, come tosse o vomito ricorrenti, dolori addominali ricorrenti, dolore muscolo scheletrici cronici che non hanno una base organica: in questi casi dobbiamo comprendere qual è il disagio e affrontarlo non in maniera clinica».

Come si attua un intervento psicologico?

«Facciamo valutazioni con 3-4 incontri e due colloqui, uno all’inizio e uno alla fine del percorso con i genitori. Quello breve si compone di 8-16 incontri. In pazienti con patologie croniche possiamo inoltre intervenire in qualsiasi momento nelle fasi più critiche dello sviluppo, non ci sono dei limiti definiti. Collaboriamo anche con il servizio sociale ospedaliero e con i servizi sociali e di salute mentale del territorio».

Quali sono gli obiettivi della Psicologia Ospedaliera Pediatrica?

«Fornire assistenza specializzata per promuovere il benessere psicologico del paziente e della sua famiglia, oltre a ridurre lo stress derivante dal percorso di malattia e dall’ospedalizzazione. Ma l’attività ha anche uno scopo preventivo, per sostenere il naturale sviluppo psicologico e relazionale del bambino e dell’adolescente con particolare attenzione al benessere della famiglia e alla qualità delle relazioni familiari, e ridurre il rischio dell’insorgere di psicopatologie come i disturbi di ansia e disturbi dell’umore in un paziente in fase evolutiva. Aiutiamo il bambino o l’adolescente a mantenere una buona qualità di vita».

Quando è nato questo servizio del Meyer?

«Il servizio è stato formalizzato nello statuto aziendale nel 2016, prima svolgevano il lavoro alcuni psicologi ma non in maniera strutturata. Adesso facciamo parte della rete Aopi (Associazione ospedali pediatrici italiani) e da giugno abbiamo iniziato ad organizzare incontri di aggiornamento e confronto con i colleghi di altri ospedali pediatrici».

Quali sono i progetti di ricerca presenti e futuri?

«Facciamo studi sui sintomi funzionali e sulle tecniche psicologiche nell’alleviare l’ansia e il dolore da procedura, con l’utilizzo di clown, animali e musica, ad esempio. Infine siamo nella fase dell’analisi statistica per la costruzione di un questionario che ci aiuti a valutare il livello di adattamento della famiglia di fronte a patologie croniche nel bambino». 

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