Gioco
I ricordi di Moser: «Io, cattolico alla Casa del Popolo: ma dopo le prime vittorie fu una favola»
Ciclismo: 48 anni dopo Francesco torna fra Agliana e Bottegone, dove da dilettante con la Mobiexport conquistò i suoi primi successi. Bagno di folla per la serata amarcord
La gloria degli eroi non si dimentica ed è ovvio che ciò possa riferirsi anche agli eroi dello sport, com’è il caso di Francesco Moser che, a distanza di 30 anni dall’abbandono delle competizioni ciclistiche, è stato protagonista di una serata memorabile al Teatro Il Moderno di Agliana.
Un vero e proprio bagno di folla – stimabile in circa 400 persone – ha riempito il teatro, mentre almeno un centinaio di appassionati dello sport del pedale e dell’epopea Moseriana non sono riusciti ad entrare.
La serata, fortemente voluta ed organizzata dal GS Dino Diddi di Franco Vettori, da Agliana Ciclismo, Fil-3 e con l’apporto decisivo del Comune di Agliana nelle figure del sindaco Giacomo Mangoni e dell’assessore allo sport Alfredo Buscioni, era incentrata sulla proiezione del film-documentario “Scacco al Tempo”, realizzato dal regista Nello Correale e Luca Dal Bosco.
Una carrellata avvincente sulla vita sportiva e non di Francesco Moser, e alla fine dell’applaudita proiezione l’asso trentino, nonostante le stampelle per la frattura del metatarso destro riportata dopo una caduta dal trattore, si è concesso di buon grado al fuoco di fila delle interviste.
T come Trentino, T come Toscana, le uniche due regioni italiane che iniziano per T: una semplice coincidenza o un destino?
«Non me lo sono mai chiesto, anche perché arrivai in Toscana quasi casualmente, dopo che il diesse pistoiese Giorgio Vannucci (novantenne ma ancora assai lucido e presente alla serata di Agliana, ndr) mi aveva notato ad una gara presso Fivizzano. Erano appena due anni che correvo in bici, anche se provenivo da una famiglia che con la bici aveva inaugurato una vera e propria dinastia con Aldo, mio fratello maggiore. Però quel giorno, a Ceserano, Vannucci vide un marziano in bici, che con un inseguimento furibondo riuscì a ridurre da 10 a 2 minuti il vantaggio del gruppetto dei battistrada... È così, quel giorno andai veramente forte e suscitai grande interesse in quel tecnico toscano che mi sembrava buffo, con quegli occhiali a lenti così spesse come fondi di bottiglia».
Il seguito è storia, con il tesseramento da parte del GS Bottegone e con la società del suo paese, Palù di Giovo, che grazie al milione e mezzo ottenuto per il trasferimento, addirittura costruì un nuovo campo di calcio.
«Tutto vero e fui molto orgoglioso di questa, chiamiamola, transazione che mi riguardava. Tuttavia il mio approccio con il team del Bottegone non fu tra i più felici».
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Ci spieghi come mai.
«Giunsi a Bottegone a inizio febbraio, in una giornata piovigginosa e fredda, con una nebbiolina che entrava nelle ossa. Poi rimasi assai meravigliato nel vedere che la sede della società che mi aveva ingaggiato era la Casa del Popolo: ho un fratello prete e mia madre Cecilia era un’assidua frequentatrice di chiese e di funzioni religiose. Ero davvero disorientato, come l’avrebbero presa in famiglia? Lì per lì mi venne quasi voglia di piantare tutto e di tornarmene a casa ma non lo feci anche perché io rispetto la parola data. Poi cominciarono le gare e subito riuscii a vincere, così tutto si appianò anche grazie al calore umano che si era creato intorno me, con il presidente Sandrino Fedi e tutto l’ambiente del GS Bottegone-Mobiexport».
A distanza di 48 anni – si era nel 1971 – quali sono le immagini dei luoghi della Toscana che sono rimaste più nitide nella sua mente?
«Direi che sono tre: la salita che sopra Montecatini Terme conduce a Marliana e quindi al Goraiolo, che fu teatro di tanti miei allenamenti e di alcune bellissime vittorie come quelle ottenute nel Gp Ezio Del Rosso e nel Trofeo Carteuropa; quindi la collina del San Baronto, luogo sacro del ciclismo toscano, che fu il mio ritiro prediletto e anche la base per tante sedute di allenamento effettuate affrontando i tre versanti principali, da Casalguidi, da Lamporecchio e da Vinci. Un paradiso per chi pratica il ciclismo ad ogni livello. Infine Firenze per me è una città indimenticabile, con la prima vittoria di tappa in carriera e la maglia rosa conquistate al Giro d’Italia»
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